Riccardo Taiana, già docente, artista attivo sia in Italia che all'estero, seguito da vari curatori fra cui Paolo Biscottini, ora impegnato professionalmente presso la Pinacoteca di Brera, esprime in modo singolare e originale una ricerca artistica e culturale di ampio respiro all'interno della pittura figurativa e della dimensione universale del paesaggio.
Caro Riccardo da anni conduci il tuo percorso pittorico e intellettuale all'interno della dimensione del paesaggio per cui ti propongo una domanda filosofica che mi sembra molto anche attuale e mai scontata: che cos'è il paesaggio?
In breve direi con Michael Jakob che Paesaggio è "Io + Natura"; la sintesi fra lo sguardo umano e un ritaglio di natura. Ma che cosa sia oggi Natura è estremamente problematico a dirsi: “mia ultima, sfinita goccia di / possibilità di / dirti natura – “scriveva Andrea Zanzotto nel 2001. Non possiamo fare a meno di vedere che c’è di mezzo il re di denari, il paesaggio come bene immobiliare. Dunque il paesaggio oggi è per me la devastazione del paesaggio. Il paesaggio come rappresentazione della condizione umana. Ma la natura è anche qualche cosa di irrimediabilmente inumano, basti pensare ai megatempi della geologia.
La tua cifra pittorica si rivela riconoscibile, identificante e nel contempo i tuoi paesaggi sembrano tanti singolari quanto universalmente partecipabili. E' questo il segreto della pittura?
Quale sia il segreto della pittura mi sembra un po’ difficile a dirsi e anche a capire, forse rimane un mistero che riusciamo a sentire. Fatto sta che la pittura mi sembra inesauribile. La pittura è l’uomo diceva Beppe Devalle. Finirà con l’uomo. L’esperienza del paesaggio è anche un’esperienza molto comune per quanto storicamente determinata (il paesaggio non è sempre esistito) Il paesaggio è parte della psicologia umana. La distruzione del paesaggio è la distruzione della psiche umana. E sappiamo che il paesaggio è tanto il paesaggio reale quanto la rappresentazione del paesaggio.
Con pochi tratti, quasi poveri, crei ambienti, atmosfere, mondi. Ho visto anche un video dove all'aria aperta in pochi minuti dipingi su tela le basi di una tua opera che traduce il reale in cui sei immerso. come riesci a selezionare e a reinventare il mondo?
Selezionare e reiventare il mondo mi sembra quello che fa la pittura quando è vera pittura. Robert Adams, il fotografo, diceva che “l’arte è il tentativo, nato da un’amorosa attenzione al mondo, di trovare una metafora capace di redimerlo”. Certo bisogna essere culturalmente e linguisticamente attrezzati per dipingere. Nel mio caso si tratta di avere un bagaglio linguistico (e il farsi di un bagaglio linguistico) e di avere di fronte a sé un soggetto. Ora questo tentativo di catturare/reiventare il reale, è un’operazione complessa, linguisticamente complicata che per me può accadere solo di fronte al soggetto. Nel caso del paesaggio può avvenire solo en plein air, senza la mediazione della fotografia. Tu parli giustamente di una povertà, di una semplicità (molto difficile) e di una certa rapidità (con il tempo). Sono modi del linguaggio.
I tuoi dipinti con ciminiere industriali e nuvole all’orizzonte mi affascinano. Sembri cogliere e rigenerare alcuni carismi che furono dei macchiaioli e nel contempo trovare un nuovo equilibrio fra pathos, idea del reale e affettività. Anche dei fumi industriali possono divenire poetici?
Si, i fumi industriali entrano nella pittura soprattutto con l’Impressionismo, come conseguenza di quel cambiamento del nostro orizzonte visivo dovuto al diffondersi della rivoluzione industriale. Potrei fare i nomi di Monet, di Sisley, di Pissarro, ma è in particolare vedendo un piccolo monotipo di Degas che mi sono accorto che un semplice movimento di fumo poteva essere il soggetto esclusivo del quadro. Nel mio caso di fronte al gigantismo dell’Ilva di Taranto questi fumi sono una sineddoche, una parte per il tutto. Questi piccoli quadretti seriali catturano qualche cosa di ambiguo: quei fumi uccidono e nello stesso momento le loro volute sono seducenti per l’occhio. Sono anche dei tramonti.
Hai studiato per due anni le rive e le anse del Po e per mesi i paesaggi polverosi dell’Etna. La tua pittura si mescola sempre con lo studio e la ricerca sul campo
Dipingo sempre dal vero, en plein air. Essere stati sul posto è quasi più importante di aver dipinto i quadri. Testimoniare un mondo. Aver fede nella realtà. Questi quadri sono il frutto di continue esplorazioni nel paesaggio, sia a piedi che in furgone. Sono delle campagne pittoriche, degli attraversamenti del paesaggio, nei margini delle città, fra le tangenziali, lungo i fiumi, sulle pendici dell’Etna, nelle crete senesi. Sono spesso degli attraversamenti del deserto.
Mi sono piaciuti molti i tuoi appunti che hai pubblicato nel tuo catalogo antologico “Polveri” (a cura di Paolo Biscottini). Scrivi con un’espressività tanto pragmatica quanto lirica e i tuoi frammenti colgono con grande sensibilità e attenzione già pittorica sfumature preziose del clima, del terreno e degli stessi comportamenti umani. Simpatica la tua nota su quel tale che ti si avvicina chiedendoti perché dipingi le polveri. Esiste un flusso circolare fra il linguaggio scritto e quello pittorico? Te lo chiedo perché questi tuoi frammenti li sento già come azioni pittoriche quanto liriche (e non solo operazioni pratico-intellettuali)
Per me si tratta di due operazioni distinte, separate. Diffido molto delle mie capacità di scrittura. Mi servono per registrare, ricordare cose viste, cose su cui ho lavorato o voglio lavorare, prendere nota di certi itinerari, luoghi, condizioni meteo, annotare un’ora della luce o particolari sensazioni. Con il tempo mi è capitato di aggiungere anche riflessioni sulla pittura, letture sui luoghi. Vogliono essere un’ulteriore testimonianza. Per anni ho smesso di scriverli. Ora ho ripreso a scrivere dei diari del lavoro sulle figure fatto con il Disegno.