30 Gennaio 2026
Curata da Mami Kataoka, direttrice del Mori Art Museum di Tokyo, e da Davide Quadrio, direttore del MAO, la rassegna ripercorre oltre vent’anni di ricerca artistica di Shiota attraverso disegni, fotografie, sculture e installazioni ambientali monumentali. Presentata in anteprima nazionale nel museo torinese, l’esposizione era già stata ospitata in prestigiose istituzioni come il Grand Palais di Parigi e il Busan Museum of Art.
Il filo rosso– letteralmente – è il protagonista: intricati intrecci di fili rossi e neri avvolgono gli spazi espositivi, trasformando le sale in paesaggi sensoriali che invitano lo spettatore a un’esperienza immersiva e contemplativa. Le opere esplorano temi universali quali identità, memoria, relazione con l’altro, vita e morte, alternando fascino e inquietudine.
Il filo rosso che conduce lo spettatore all’interno della varie stanze della mostra ricorda inesorabilmente la leggenda orientale del filo rosso del destino: Il filo rosso del destino (運命の赤い糸, Unmei no akai ito) è una leggenda popolare di origine cinese diffusa in Giappone. Secondo la tradizione ogni persona porta, fin dalla nascita, un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega alla propria anima gemella. Il filo ha inoltre la caratteristica di essere indistruttibile: le due persone sono destinate, prima o poi, a incontrarsi e a sposarsi.
Non è dato sapere se Shiota si sia ispirata a tale narrazione, ma le sue origini nipponiche ne facilitano l’influenza.





Curiosa la stanza che si apre con una serie di valigie legate le une con le altre e ammassate fra loro nella trama de "Where to Go, What to Exist’’, in onore alle persone che hanno cambiato diverse volte casa, confini, e che si sentono cittadini del mondo senza sentirsi mai definitivamente arrivati.
Shiota ha cambiato abitazione tante volte, trasferendosi in diversi Paesi e arrivando definitivamente a vivere a Berlino, dove continua a sperimentare tecniche artistiche d’avanguardia.

Difficile dimenticare quell’intrico di fili rossi che si dipanava attraverso l’intero padiglione, lasciando indovinare le sagome di due barche di legno che accoglievano, come due mani riunite a formare una coppa, più di 50mila chiavi donate da persone di tutto il mondo. Lo stesso intreccio di fili rossi, o neri, crea oggi al MAO strutture imponenti, che avvolgono e trasformano gli spazi in cui sono collocate, guidando lo spettatore in un’esperienza immersiva in cui la fascinazione si alterna all’inquietudine.
Colpisce incredibilmente anche la stanza più cupa legata ad un ricordo infantile dell’artista, in cui assistette ad un incendio dove rimase solo un pianoforte nel vuoto, anch’esso bruciato.
La stanza riproduce nei dettagli questa desolante e a detta dell’artista anche ‘poetica’ rappresentazione della solitudine del pianoforte nero intrecciato da una miriade di fili scuri.
Non solo installazioni, ma anche disegni, fotografie, video e sculture raccontano la vasta produzione di Shiota, influenzata dalle mentori Magdalena Abakanowicz e Marina Abramović e che ricorda anche LouiseBourgeois e Hermann Nitsch. Spesso ispirate da esperienze personali, le opere di Shiota esplorano l’intangibile – ricordi, emozioni, immagini e visioni oniriche – e pongono interrogativi su concetti universali ed esistenziali quali l’identità, la relazione con l’altro, la vita e la morte. In particolare, la maggior parte delle fotografie e dei video mettono al centro il corpo dell’artista, segnato per due volte (nel 2005 e nel 2017) dal cancro alle ovaie.
L’arte espositiva di Shiota sembra toccare la parte più intima di tutti noi: con i silenzi e la cura dei dettagli tipici della filosofia nipponica, Shiota riproduce valori esistenziali, sentimenti, quesiti irrisolti, mostrando come ogni atomo, ogni cellula sia imprescindibilmente connessa con i tessuti universali.
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