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AIFI celebra 40 anni, il Private Capital verso i 30 trilioni di dollari nel 2030; in Italia gestite 2.600 aziende d’eccellenza

Innocenzo Cipolletta e Anna Gervasoni, al convegno di Milano, analizzano l’evoluzione del settore e le nuove sfide tecnologiche per le imprese e il risparmio delle famiglie

25 Marzo 2026

AIFI celebra 40 anni, il Private Capital verso i 30 trilioni nel 2030; in Italia gestite 2.600 aziende d’eccellenza

AIFI celebra 40 anni

AIFI celebra 40 anni, il Private Capital si appresta a gestire 30 trilioni di dollari entro il 2030. Le società attualmente nel portafoglio del private equity sono circa 1.400, a cui si sommano le 1.200 del venture capital, mentre le quotate sono circa 400

AIFI ; nasce nel 1986 e nel corso di queste quattro decadi è cambiata come il sistema finanziario, domestico e internazionale. Le famiglie hanno modificato l’approccio al risparmio, cambiando le scelte di allocazione della ricchezza. Le imprese, aiutate da un'accelerazione dei processi di ricambio generazionale, si stanno progressivamente aprendo verso strumenti alternativi al capitale bancario. Le stesse banche si trovano a dover affrontare le sfide determinate dal cambiamento tecnologico, offrendo servizi nuovi e diversificati.

Il mercato dei capitali vede a livello mondiale una concentrazione sempre maggiore su titoli tecnologici, mentre in Italia prevalgono imprese finanziarie e del comparto delle utilities. Di questo si è parlato nel Convegno annuale AIFI tenutosi presso la sede di Assolombarda e con il contributo di KPMG.


In questo contesto anche il private capital è oggetto di una profonda trasformazione: se guardiamo al private debt in Europa, le masse gestite oggi sono 10,6 volte quelle di 15 anni fa, a fronte di una crescita contenuta (1,1 volte) dei finanziamenti bancari a società non finanziarie. Confrontando, invece, private equity e mercati quotati, nel contesto americano dal 2000 a oggi le società pubbliche sono diminuite, a fronte di una crescita significative di quelle nel portafoglio del private equity (quasi 12 mila a fine 2025) e, soprattutto, del venture capital (quasi 60 mila). Anche in Italia si osserva un peso crescente del private capital: le società attualmente nel portafoglio del private equity sono circa 1.400, a cui si sommano le 1.200 del venture capital, mentre le quotate sono circa 400.


Complessivamente, a livello mondiale, le risorse gestite dal private capital sono 22 trilioni di dollari, che si prospetta diventeranno 30 entro il 2030. Questo trend è legato alla dimensione sempre più grande degli operatori, che si accompagna allo sviluppo di piattaforme multi-asset. In Italia la dimensione dei fondi raccolti rimane, invece, ancora piccola e il 2025 è stato caratterizzato da 3,4 miliardi di euro, -46% rispetto all’anno precedente, raccolti da 44 soggetti.
Da sottolineare, a livello internazionale ma anche in Italia, la crescita del peso della ricchezza privata nella raccolta: nel 2022 nel mondo era pari al 16% del totale e dovrebbe crescere fino al 22% nel 2032.


Gli investimenti mondiali nel 2025 sono stati pari a 660 miliardi di dollari, in crescita del 14% rispetto al 2024. In Italia, invece, l’ammontare è diminuito del 22%, attestandosi a €16,1 miliardi di euro, principalmente a causa delle minori risorse confluite verso il comparto delle infrastrutture. Il venture capital è tornato a crescere (+46%), mentre il private equity si è mantenuto pressoché in linea con l’anno precedente (-8%), focalizzandosi principalmente sul segmento del mid market.
I disinvestimenti, infine, a livello internazionale, sono diminuiti in termini di numero, ma ci sono state alcune exit di dimensioni rilevanti, mentre in Italia l’ammontare (al costo storico di acquisto) si è attestato a 4,7 miliardi (-19% rispetto al 2024).

La struttura produttiva delle imprese è mutata nel tempo e sta continuando a cambiare, serve finanza intelligente che le capisca” dichiara Innocenzo Cipolletta, presidente AIFI. “Oggi il private equity ha in portafoglio circa 2.600 aziende che sono cresciute e si sono internazionalizzate grazie all’apporto di operatori pazienti, capitale umano e finanziario fondamentale per il loro sviluppo”.

Il ruolo del private capital è stato decisivo nel tempo per la trasformazione dell’industria italiana. Nei prossimi anni vedremo più propensione all'investimento in questa asset class e una maggior attitudine delle imprese a ricorrere a questo strumento per affrontare la transizione e le sfide tecnologichedichiara Anna Gervasoni, direttore generale AIFI. “Il settore del private capital è cambiato e continuerà a cambiare; tecnologia e contesto normativo muteranno la struttura del settore, ma non la sua missione, quella di essere sempre più il partner dello sviluppo delle imprese”.

A livello globale, il private capital – e in particolare il private equity – è ormai un’industry matura, caratterizzata da un’elevata competitività. Gli investitori mostrano una crescente selettività nell’allocazione dei capitali, privilegiando operatori di grande dimensione o con una forte specializzazione, capaci di offrire un track record solido, non solo in termini di generazione di rendimenti, ma anche di distribuzione di liquidità agli investitori (Distributed to Paid-In capital, DPI). Le dinamiche del settore stanno assumendo una forma sempre più ‘K shaped’, a velocità contrapposte: i leader di mercato beneficiano di trend particolarmente favorevoli, mentre per gli altri operatori le sfide aumentano. Nonostante ciò, l’ammontare di dry powder disponibile e la capacità innovativa dei gestori rappresentano elementi che fanno ben sperare per il futuro dell’intero settore”, commenta Stefano Cervo, Partner, KPMG, Head of Private Equity.

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