20 Marzo 2026
Netanyahu, fonte: imagoeconomica
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu starebbe valutando di anticipare le elezioni politiche nel Paese, fissate per il prossimo ottobre. Il motivo starebbe nell'altissimo consenso dei cittadini israeliani per la guerra in Iran, scatenata proprio da Tel Aviv insieme a Washington: sondaggi di vari centri di ricerca locali vedono infatti tra l'80 e il 90% della popolazione favorevole all'operazione "Roaring Lion".
Nei sondaggi di questi ultimi giorni, il partito di Netanyahu, il Likud, si riconferma primo partito, con la possibilità concreta che il premier si riconfermi alla guida dell'esecutivo anche nella prossima legislatura. Dopo di lui, Naftali Bennet, esponente della destra moderata.
Mentre il conflitto con l’Iran prosegue senza una chiara conclusione, il premier israeliano Benjamin Netanyahu starebbe considerando l’ipotesi di anticipare le elezioni legislative previste entro ottobre 2026, nel tentativo di capitalizzare il consenso generato dalla guerra.
Secondo l’analista politico Gideon Rahat, la tempistica del voto “dipenderà fortemente dai risultati militari”. Storicamente, spiega, i conflitti producono un iniziale effetto di unità nazionale — il cosiddetto rally around the flag — che però tende a svanire con il prolungarsi delle ostilità e l’assenza di risultati chiari.
Al momento, la guerra ha permesso a Netanyahu di rafforzare temporaneamente la sua posizione, anche all’interno della fragile coalizione di governo. Il rinvio di temi divisivi, come la legge sulla coscrizione, ha ridotto le tensioni politiche e aumentato le probabilità di approvare il bilancio, evitando elezioni immediate. Tuttavia, il premier si trova davanti a un dilemma: votare presto, sfruttando il momento, oppure attendere risultati militari più solidi.
I sondaggi mostrano una situazione complessa. Il partito Likud di Netanyahu resta il primo, con circa 28 seggi, ma il suo blocco di destra si fermerebbe attorno ai 51 seggi, sotto la soglia dei 61 necessari per governare. Al contrario, l’opposizione potrebbe arrivare fino a 69 seggi, segnalando una potenziale maggioranza alternativa.
Tra i possibili sfidanti emerge Naftali Bennett, esponente di destra moderata, accreditato fino a 20 seggi e considerato il principale rivale. In crescita anche Gadi Eisenkot, centrista e ex capo di stato maggiore, con circa 15-16 seggi. Più indietro Yair Lapid, leader centrista, in forte calo attorno ai 5-6 seggi.
Il quadro evidenzia una forte frammentazione dell’opposizione, che resta il principale vantaggio di Netanyahu: anche senza una maggioranza netta, il leader del Likud potrebbe riuscire a formare una coalizione grazie agli alleati religiosi e nazionalisti.
La guerra, tuttavia, non ha prodotto un aumento significativo del consenso elettorale per il premier. Se da un lato oltre l’80% degli israeliani sostiene l’azione militare contro l’Iran, dall’altro questo non si traduce automaticamente in voti. Gli elettori sembrano distinguere tra la gestione della sicurezza e il giudizio complessivo sul governo.
Un altro fattore critico è il calendario: elezioni in ottobre coinciderebbero con l’anniversario dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, evento che continua a pesare sull’opinione pubblica e sulle critiche all’esecutivo.
Secondo diversi analisti, Netanyahu potrebbe puntare su elezioni anticipate in estate solo in caso di successi militari chiari e rapidi. In caso contrario, il rischio è che aspettative troppo alte — come un cambio di regime in Iran o la sconfitta totale di Hezbollah — si trasformino in un boomerang elettorale.
In definitiva, la strategia del premier appare orientata a mantenere il controllo politico il più a lungo possibile, lasciando aperta ogni opzione. La sua rielezione resta possibile, ma tutt’altro che garantita: dipenderà dall’esito della guerra, dalla tenuta della coalizione e dalla capacità dell’opposizione di presentarsi unita.
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