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Gabbard contro Trump: "L'Iran non stava arricchendo l'uranio", ma in aula omette il passaggio, la guerra a chi serve davvero?

È certo, e che i documenti ufficiali ora certificano, è questo: l'Iran non stava costruendo la bomba. Non stava arricchendo l'uranio. La guerra è stata scelta, non subita. E qualcuno, dentro l'apparato americano, non riesce più a tacere

20 Marzo 2026

Usa, direttrice dell'intelligence Tulsi Gabbard smentisce Trump: "Iran non ha tentato di ricostruire impianti nucleari dopo giugno 2025"

Tulsi Gabbard (Wikipedia Commons), Trump (fonte imagoeconomica)

C'è un momento in cui la menzogna diventa così grande da non riuscire più a stare in piedi da sola. Quel momento, per la guerra all'Iran voluta da Donald Trump, è arrivato il 18 marzo 2026, nell'aula della Commissione Intelligence del Senato americano. Protagonista: Tulsi Gabbard, direttrice della National Intelligence, nominata dallo stesso Trump.

Una guerra terribile sostenuta da una menzogna: il castello di carte di Trump sull’Iran

Gabbard aveva consegnato ai senatori una dichiarazione scritta nella quale affermava, senza giri di parole, che dopo l'operazione "Midnight Hammer" del giugno 2025 il programma di arricchimento nucleare dell'Iran era stato annientato, e che da allora non c'era stato alcun tentativo di ricostruire quella capacità. Una valutazione diretta, inappellabile. La firma dell'intelligence americana che smentisce la Casa Bianca. Ma ecco il dettaglio rivelatore: Gabbard ha omesso di menzionare questo passaggio durante la sua testimonianza orale al Senato. Lo ha lasciato in fondo alla carta, forse sperando che nessuno lo leggesse. Non ha funzionato. Il vicepresidente della commissione, il senatore democratico Mark Warner, ha fatto notare l'omissione e ha chiesto alla direttrice se avesse saltato quel paragrafo perché il presidente aveva dichiarato che dall'Iran veniva una minaccia imminente. Gabbard ha risposto che riconosceva di aver saltato alcune parti perché il tempo stava per scadere. Warner ha replicato: "Quindi avete scelto di omettere le parti che potrebbero contraddire il presidente". Il senatore democratico Jon Ossoff è andato ancora più a fondo, sottolineando che in queste audizioni sulle minacce globali i vertici dell'intelligence sono tenuti a presentare al Congresso le informazioni in modo oggettivo e indipendente da considerazioni politiche. "Lei invece non risponde alla domanda, perché dare una risposta onesta alla commissione contraddirebbe quanto detto dalla Casa Bianca", ha concluso il senatore. Gabbard si è arroccata su una formula degna di un manuale del servilismo istituzionale: solo il Presidente Trump può stabilire se una minaccia è imminente o meno. In altri termini: la realtà è ciò che dice il capo, a prescindere da dati e informazioni riservate di come stiano le cose sul campo. L'intelligence non valuta, registra il volere presidenziale. Non è una novità, peraltro. Già in una testimonianza del giugno 2025, prima dell'attacco Midnight Hammer, Gabbard aveva affermato che Teheran non stava costruendo la bomba nucleare. Niente di nuovo sotto il sole del Medio Oriente in fiamme. Solo che allora si poteva ancora ignorare. Oggi no.

Il primo dissidente viene da destra

Il giorno prima dell'audizione di Gabbard, il direttore del Centro nazionale antiterrorismo Joe Kent aveva annunciato le proprie dimissioni definendo una menzogna che Teheran rappresentasse un pericolo imminente per gli Stati Uniti, e aveva criticato apertamente quella che ha definito come l'influenza sulla Casa Bianca del governo israeliano nello scatenare il conflitto. Non si tratta di un democratico, né di un liberal dei media. Kent è un veterano delle forze speciali con undici missioni di combattimento alle spalle, ex agente CIA, un uomo la cui moglie è morta in una guerra in Medio Oriente. Non parla per slogan. Parla per esperienza diretta. Nella sua lettera, Kent ha accusato alti funzionari israeliani e influenti media americani di aver dispiegato una campagna di disinformazione che ha minato completamente la piattaforma America First, usata per convincere Trump che l'Iran costituisse una minaccia imminente agli Stati Uniti, e che colpendo ora ci sarebbe stata una strada chiara verso una rapida vittoria. Una menzogna bella e buona, ha scritto Kent, che gli israeliani avrebbero già usato nei primi anni 2000 per trascinare gli USA nella disastrosa guerra in Iraq. La risposta di Trump è stata quella di sempre: "Sono felice che sia fuori. Era un bravo ragazzo ma è debole sulla sicurezza". E il giorno dopo, per buona misura, l'FBI ha aperto un'indagine su Kent per presunta diffusione di informazioni riservate, in un fascicolo aperto nelle settimane precedenti alle dimissioni. Coincidenza, si dirà, già.

Il drammatico copione iracheno si ripete

Chi ha memoria — e chi ha avuto la fortuna di non credere alle favole della prima ora — riconosce quello schema. Nel 2003, l'amministrazione Bush gonfiò le prove sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per giustificare un'invasione decisa a tavolino. Colin Powell andò all'ONU con le sue provette. La guerra costò centinaia di migliaia di vite. Le armi non vennero mai trovate. Oggi il copione si ripete con l'Iran e con la bomba atomica imminente di Teheran che non c'era. Gli impianti di arricchimento già distrutti da giugno 2025 e che non vengono ricostruiti. Il direttore della CIA John Ratcliffe, invece, si è allineato alla Casa Bianca, sostenendo in audizione che l'Iran costituisce una minaccia imminente, contestando le dichiarazioni di Kent. Due versioni opposte, stesso governo. Almeno una è falsa, ovviamente. Il sospetto — alimentato dalle stesse parole di Kent e dalle omissioni di Gabbard — è che la guerra all'Iran non sia nata da una valutazione di sicurezza nazionale americana, ma da pressioni esterne, da un'agenda che con gli interessi del popolo americano ha poco a che fare. Netanyahu, alle prese con i suoi processi penali in Israele e con la necessità esistenziale di mantenere aperto il fronte bellico per sfuggire alla giustizia, ha trovato in Trump un alleato stranamente docile. E qui entra in scena la questione più esplosiva di tutte: i dossier Epstein. Non si tratta più di voci da corridoio. Un memo declassificato dell'FBI, emerso tra i file Epstein rilasciati dal Dipartimento di Giustizia americano, sostiene esplicitamente che Trump è stato "compromesso da Israele" e che Epstein era un agente co-optato dal Mossad. Il documento afferma che Epstein era vicino all'ex primo ministro israeliano Ehud Barak, sotto la cui guida avrebbe ricevuto un addestramento da spia. Un documento ufficiale americano, non un romanzo d'appendice. Non è un caso che le ricerche su Google per gli "Epstein files" siano crollate vertiginosamente da quando sono iniziati i bombardamenti sull'Iran. L’ha fatto notare, con coraggio raro in un repubblicano, il deputato Thomas Massie, uno dei padri della legge sulla trasparenza degli Epstein files: "Bombardare un Paese dall'altra parte del globo non farà sparire gli Epstein files". Marco Travaglio ha posto la domanda con estrema chiarezza: Trump è ricattato da Netanyahu e quindi non può far finire questa guerra se non quando lo decide Bibi, oppure aveva semplicemente bisogno di un diversivo per far smettere di parlare degli Epstein files? (Il Fatto Quotidiano) La risposta più probabile è: entrambe le cose. L'ex ufficiale dell'intelligence israeliana, Ari Ben-Menashe, ha affermato in un'intervista che Israele è in possesso di materiale compromettente derivante dalle attività di Epstein, e che il timore della sua divulgazione scoraggia i leader dall'adottare posizioni contrarie agli interessi israeliani, in particolare sui negoziati con l'Iran. Il quadro che emerge - non poco preoccupante e inquietante - è quello di un presidente americano che, tra materiale compromettente in mani straniere e calcoli politici interni, non governa più in autonomia. La guerra all'Iran non è una scelta strategica degli Stati Uniti: è il prodotto di pressioni esterne e di vulnerabilità personali che nessun presidente avrebbe dovuto accumulare. E i suoi stessi funzionari, ora, non riescono più a coprirlo. Quel che è certo, e che i documenti ufficiali ora certificano, è questo: l'Iran non stava costruendo la bomba. Non stava arricchendo l'uranio. La guerra è stata scelta, non subita. E qualcuno, dentro l'apparato americano, non riesce più a tacere.

di Eugenio Cardi

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