20 Marzo 2026
Kushner e Witkoff, fonte: imagoeconomica
Secondo Jonathan Powell, consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, gli ultimi colloqui di Ginevra fra Stati Uniti e Iran, mediati dall'Oman, sono stati sostanzialmente positivi. Teheran aveva infatti presentato una "buona offerta" sul dossier nucleare, che avrebbe probabilmente incluso il controllo internazionale della sua produzione di uranio arricchito dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea). Gli inviati speciali americani in Medio Oriente, Jared Kushner e Steve Witkoff, avrebbero però affossato la proposta iraniana, agendo in modo "fortemente politicizzato verso Israele" per iniziare l'attuale guerra.
Nuove rivelazioni sui colloqui tra Stati Uniti e Iran, tenutisi a Ginevra poche settimane prima dello scoppio della guerra, alimentano polemiche sul ruolo degli emissari americani e sulle reali possibilità di evitare il conflitto.
Fonti diplomatiche europee avrebbero definito “inaspettatamente consistente” la proposta avanzata da Teheran durante l’ultimo round negoziale. Tra i presenti ai colloqui vi era anche Jonathan Powell, consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, che avrebbe ritenuto un accordo “raggiungibile, anche se non immediato”.
Le fonti citate sostengono che la proposta iraniana rappresentasse un passo concreto verso un’intesa sul programma nucleare, pur lasciando aperte questioni cruciali come le ispezioni dell’Aiea. Il team britannico si sarebbe aspettato un ulteriore round negoziale basato sui progressi ottenuti.
Al centro delle critiche vi sono gli inviati statunitensi Jared Kushner e Steve Witkoff, accusati da alcune fonti di aver avuto un approccio poco tecnico e fortemente politicizzato. Un ex funzionario ha sottolineato l’assenza di una squadra tecnica americana ai negoziati, con un ruolo inusuale affidato al direttore dell’Aiea, Rafael Grossi, chiamato a fornire supporto tecnico.
Le accuse più controverse riguardano il presunto orientamento dei due inviati: un diplomatico europeo li avrebbe definiti “di fatto agenti israeliani”, sostenendo che abbiano contribuito a spingere il presidente Donald Trump verso l’opzione militare.
Secondo le stesse fonti, il Regno Unito non avrebbe riscontrato prove convincenti di una minaccia imminente da parte dell’Iran né di un programma nucleare avanzato tale da giustificare un attacco immediato. La decisione di colpire, avvenuta il 28 febbraio, tre giorni prima di un nuovo ciclo di colloqui, viene quindi descritta come “prematura” da alcuni osservatori.
Ulteriori critiche emergono anche da ambienti statunitensi: il think tank Responsible Statecraft sostiene che le informazioni fornite a Washington dagli inviati possano essere state “fuorvianti”, contribuendo ad alimentare la percezione di un’urgenza militare.
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