10 Marzo 2026
Stanno avendo significative ripercussioni sul piano sociale e di approvazione pubblica i massicci bombardamenti effettuati da Israele - con sostegno Usa - su almeno 30 depositi petroliferi iraniani la sera dello scorso sabato 7 Marzo. Sembra infatti che i manifestanti che, prima dello scoppio della guerra in Medio Oriente, avevano sostenuto il mandato "liberatorio" di Trump e Netanyahu in Iran stiano rapidamente cambiando idea sul supporto dato ai due alleati occidentali. In virtù non solo di promesse su un presunto regime-change che ancora non è arrivato, nonostante gli 11 giorni di incessanti bombardamenti e la morte di oltre 1.230 civili nel solo Iran; ma alla luce delle pesanti conseguenze generate dai raid sui depositi di greggio.
È proprio questa operazione bellica contro raffinerie di petrolio a Shahr Rey, Koohak e Karaj a costituire la prima grave frattura tra Usa ed Israele. Un'operazione da Israele notificata in anticipo agli Usa, ma che ora - per la portata devastante prodotta - è stata duramente criticata da Trump. "Al Presidente Usa non è piaciuto l'attacco. Vuole salvare il petrolio, non bruciarlo" era stato il commento di un funzionario vicino alla Casa Bianca, lasciando intendere che fra il tycoon e Benjamin Netanyahu non tirasse buona aria. Le preoccupazioni di Trump sui riverberi di un attacco considerato "esagerato" e a cui il tycoon avrebbe reagito con un sonoro "What the f*ck", sono state essenzialmente tre. Da un lato, gli effetti negativi sul mercato energetico: ovvero un ulteriore incremento dei prezzi del greggio a fronte di cifre che già sfondano il tetto dei 100 dollari a barile. Dall'altro lato, la reazione a catena dei pasdaran, che hanno promesso azioni simili su altri siti petroliferi della regione. Quindi, la mobilitazione "al contrario" della popolazione iraniana.
E proprio questo terzo aspetto sembra stare sempre più prendendo piede: i manifestanti pro-Usa e pro-Israele - già esigui da tempo e sostenuti dall'infiltrazione di Mossad e Cia - si starebbero sempre più convincendo dell'inconsistenza dei risultati della campagna bellica contro il loro Paese, e sarebbero quindi tornati a sostenere il governo iraniano. Il fallimento "Usraeliano" di questi giorni parla a loro chiaro: non solo un regime-change non c'è stato - anzi, è stato eletto con giubilo popolare Mojtaba Khamenei a nuova Guida Suprema; ma gli attacchi Idf "codardi e disumani" contro i centri petroliferi hanno generato una serie considerevole di problemi a livello sociale, tra incendi, esplosioni, inquinamento atmosferico, piogge acide e aria irrespirabile.
Israele è tornato a giustificare l'attacco parlando di raid diretti a centri di rifornimento al servizio del "regime dei pasdaran", ma le conseguenze non hanno fatto che aggravare una situazione collettiva già critica. Inoltre, ad accrescere la sfiducia dei manifestanti verso Washington e Tel Aviv vi sarebbero le indiscrezioni trapelate da un rapporto dell'Intelligence secondo cui fin dall'inizio dell'Operazione "Epic Fury" si riteneva "improbabile" un cambio di regime a Teheran. E questo per un semplice fatto: la stratificazione consolidata dell'"establishment militare e clericale della repubblica islamica". Che gode ancora di ampio consenso, come dimostrano le immagini di Piazza della Rivoluzione a Teheran, dove centinaia di persone si sono riversate gridando "Allah Akbar" e "Morte all'America e ad Israele".
Con tutta evidenza stanno affiorando nuovi significativi retroscena: la propaganda del regime-change in Iran sarebbe servita a convincere il popolo iraniano a creare debolezza dall'interno, mentre il vero obiettivo della guerra era quello di privare Russia e Cina dell'Iran quale ulteriore alleato delle nemiche Mosca e Pechino. La logica della guerra in Medio Oriente rifletterebbe così i medesimi obiettivi perseguiti da Trump in Venezuela, e di questo ormai molti iraniani sono ben consapevoli.
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