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Fine dei limiti nucleari tra Mosca e Washington, asse Putin-Xi più stretto: salta l’ultimo argine al riarmo mentre l’Europa osserva e l’equilibrio globale diventa più fragile

Scade il trattato sulle armi strategiche, ma Russia e Cina rilanciano l’intesa. Tra aperture formali al dialogo e nuovi arsenali, cresce il rischio di una competizione atomica senza regole

05 Febbraio 2026

Putin

Putin (fonte twitter @lenisa_agostino)

Allo scoccare della mezzanotte è venuto meno l’ultimo grande argine giuridico al controllo degli arsenali atomici tra Stati Uniti e Russia, chiudendo una stagione iniziata negli anni Novanta con la logica della riduzione e della trasparenza reciproca. La scadenza del trattato che limitava le armi nucleari strategiche segna un passaggio che è insieme simbolico e sostanziale: simbolico, perché sancisce la fine dell’era post-Guerra fredda fondata su regole condivise; sostanziale, perché apre la strada a una competizione militare potenzialmente meno vincolata e più opaca.

Da Mosca, Vladimir Putin ha parlato di una risposta alle mosse occidentali e alle tensioni accumulate negli ultimi anni, ma ha lasciato formalmente aperta la porta a un negoziato futuro. Una formula che tiene insieme fermezza e ambiguità strategica: da un lato il messaggio è che la Russia non intende restare legata a obblighi che ritiene superati dal contesto; dall’altro si evita di chiudere del tutto il canale diplomatico, mantenendo margini di manovra.

In parallelo, il Cremlino ha rafforzato la sponda con Pechino. Il riavvicinamento tra Vladimir Putin e Xi Jinping non è soltanto politico ed economico, ma sempre più anche strategico. La convergenza tra Mosca e Pechino, già visibile sul piano energetico e commerciale, si riflette in una visione condivisa di equilibrio internazionale che contesta l’assetto dominato dagli Stati Uniti. La Cina, terza potenza nucleare globale, osserva con attenzione l’evoluzione del confronto russo-americano, mentre modernizza gradualmente il proprio arsenale.

Sul fronte americano, l’amministrazione guidata da Donald Trump insiste su un approccio meno vincolato a schemi multilaterali tradizionali e più centrato sulla forza negoziale bilaterale. La Casa Bianca sostiene che eventuali nuovi accordi dovrebbero includere anche Pechino, sostenendo che l’equilibrio strategico non può più essere gestito solo lungo l’asse Washington-Mosca. Una posizione che, però, complica ulteriormente il quadro, perché introduce un terzo attore in una struttura di controllo che per decenni è stata essenzialmente bipolare.

Il risultato è una fase di transizione carica di incertezze. Senza un trattato pienamente operativo, aumentano i rischi di incomprensioni, errori di calcolo e dinamiche di azione-reazione. Il controllo degli armamenti non era soltanto una questione di numeri, ma un meccanismo di fiducia minima e di prevedibilità. La sua erosione riporta in primo piano la logica della deterrenza pura, dove la stabilità dipende più dalla paura che da regole condivise.

In questo contesto, l’intreccio tra dossier si fa sempre più evidente. I colloqui evocati tra Washington e Pechino su crisi come Ucraina, Iran e Taiwan mostrano come la dimensione nucleare sia ormai parte di una competizione sistemica più ampia. Le aree di frizione regionali si saldano a una rivalità tra grandi potenze che non è solo militare, ma tecnologica, energetica e politica.

Per l’Europa, spettatrice esposta ma non protagonista, la fine dei limiti formali tra le due principali potenze atomiche rappresenta un fattore di rischio diretto. Il continente resta geograficamente vicino al teatro della guerra in Ucraina e dipendente dall’ombrello strategico americano, mentre fatica a costruire una voce autonoma sulla sicurezza. In uno scenario dove le regole si assottigliano e gli arsenali tornano centrali, la vulnerabilità europea non è teorica, ma concreta.

Il punto di fondo è che il mondo sta entrando in una fase meno regolata e più competitiva, in cui la stabilità non deriva da trattati solidi ma da equilibri di forza in continuo riassestamento. Le aperture verbali al dialogo, da parte russa come americana, restano importanti, ma da sole non bastano. Senza un nuovo quadro condiviso che includa anche la Cina, il rischio è che la deterrenza torni a essere l’unico linguaggio comune tra le potenze nucleari, con margini di errore che la storia insegna a non sottovalutare.

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