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Guerra in Congo, oltre 200mila persone fuggite in Burundi nel 2025, ong: "Malnutrizione e colera diffusi, sanità senza risorse"

Le ong stimano che nel 2025 oltre 200mila persone siano fuggite in Burundi; qui, sarebbero comunque vittime della malnutrizione, delle malattie e della mancanza di aiuti umanitari

27 Gennaio 2026

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Nel North e nel South Kivu, le due regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo da anni intrappolate in una guerra sanguinaria, si continua a morire per le cause più evidenti e brutali di ogni conflitto: raid armati, bombardamenti, mine, esecuzioni mirate. Le armi, ogni giorno, producono lutti e sofferenze. Ma in questa parte dell’Africa la guerra uccide anche lontano dal rumore degli ordigni. Si muore nei campi profughi privi di assistenza sanitaria, negli ospedali congolesi o in quelli del vicino Burundi, incapaci di fronteggiare emergenze che superano di gran lunga le loro possibilità. Il conflitto uccide anche attraverso il collasso dei sistemi sanitari, una conseguenza meno visibile ma drammaticamente concreta, sperimentata sulla propria pelle da centinaia di persone.

Le ong stimano che nel 2025 oltre 200mila persone siano fuggite in Burundi; qui, sarebbero comunque vittime della malnutrizione, delle malattie e della mancanza di aiuti umanitari.

Guerra in Congo, oltre 200mila persone fuggite in Burundi nel 2025, ong: "Malnutrizione e colera diffusi, sanità senza risorse"

Negli ultimi mesi, le violenze si sono estese fino a lambire il Burundi, in particolare le aree confinanti con l’ex capitale Bujumbura, ancora oggi il principale centro urbano del Paese. Le offensive dell’M23, il gruppo paramilitare che controlla Goma e Bukavu, capoluoghi rispettivamente del North e del South Kivu, sostenuto e armato dal Ruanda, si sono spinte fino a Uvira. Il quadro militare resta fluido e confuso: più volte l’M23 ha annunciato un ritiro come gesto di “buona volontà”, senza che a questi annunci sia seguito un effettivo ridispiegamento delle forze governative congolesi.

A destare maggiore allarme è però la situazione umanitaria. Migliaia di civili hanno attraversato il confine e si sono riversati nei campi profughi improvvisati del Burundi. Qui il rumore delle armi sembra più distante, ma la morte continua a colpire. Secondo un rapporto della Coalizione per la pace e la coesistenza comunitaria (Cpcc), un’organizzazione locale che monitora costantemente l’emergenza, nei campi burundesi sono morti oltre cento profughi congolesi. Le cause sono diverse, ma tutte riconducibili a un unico fattore: la mancanza di servizi sanitari. Tra le vittime figurano persone già ferite o affette da malattie mai curate, ma anche profughi colpiti dai primi casi di colera comparsi tra le tende, o debilitati dalle condizioni igieniche estremamente precarie.

Musenyi è diventato il simbolo più tragico di questo disastro sanitario. È uno dei campi più grandi del Burundi e ospita migliaia di congolesi in fuga dalla guerra. Secondo stime delle Nazioni Unite, dopo le offensive su Uvira almeno centomila persone hanno attraversato il confine e si sono stabilite nell’area. Eppure, come racconta il quotidiano Avvenire, l’assistenza sanitaria si riduce a una sola piccola clinica mobile, che fatica persino a reperire i farmaci di base.

In questo presidio passano storie di malnutrizione, febbri alte, sospetti di colera, ma i medicinali non bastano per tutti. La situazione è simile anche negli altri campi. Il Burundi, che l’Onu definisce il Paese più povero del mondo, dispone di risorse estremamente limitate. Il suo sistema sanitario, già fragile prima dell’emergenza, è caratterizzato da infrastrutture modeste concentrate nelle grandi città e da una scarsa presenza sul territorio.

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