26 Gennaio 2026
Caccia, fonte: Pixabay
Negli ultimi anni il riarmo generalizzato è stato presentato come una risposta obbligata all’instabilità globale. In realtà, esso rischia di diventare il principale fattore di distruzione del capitalismo finanziario così come lo abbiamo conosciuto. Il caso giapponese è emblematico. La formazione di un governo nazionalista guidato da Takaichi ha accelerato una svolta già in atto: aumento massiccio della spesa militare, soprattutto in funzione anticinese, finanziato tramite nuovo debito pubblico.
Alla spinta sul riarmo si è affiancata una riduzione dell’imposta sui consumi, pensata per stimolare la domanda interna. Una scelta politicamente comprensibile, ma economicamente esplosiva. I mercati hanno reagito con violenza: i titoli di Stato giapponesi a dieci anni hanno perso circa il 20% del loro valore, mentre i rendimenti si avvicinano a una soglia – il 3% – incompatibile con un debito che sfiora il 250% del PIL. È la crisi più grave degli ultimi trent’anni per Tokyo e rivela quanto il modello sia fragile.
Il problema, però, va ben oltre il Giappone. Per decenni, banche e fondi internazionali hanno sfruttato i tassi prossimi allo zero di Tokyo per indebitarsi in yen e investire in asset denominati in dollari, dalle azioni statunitensi al debito federale USA. Questo meccanismo, noto come carry trade, è uno dei pilastri invisibili della finanza globale. Se i tassi giapponesi salgono, il gioco si interrompe: meno acquisti di titoli americani, maggiore volatilità e un colpo diretto alla sostenibilità del capitalismo finanziarizzato.
Un dettaglio spesso trascurato rende il quadro ancora più delicato: il Giappone è il principale detentore estero del debito pubblico statunitense, con circa 1.200 miliardi di dollari in Treasury. Qualsiasi tensione strutturale sul mercato obbligazionario giapponese ha quindi effetti immediati sulla stabilità finanziaria americana. Il riarmo, anziché rafforzare l’Occidente, ne sta mettendo a nudo le contraddizioni sistemiche.
Parallelamente alla crisi economica, avanza un altro fenomeno: la ibridazione tra sicurezza pubblica e interessi privati. L’espansione di apparati come l’ICE statunitense e il crescente ruolo di aziende come Palantir mostrano come il controllo sociale e la gestione della sicurezza stiano uscendo dal perimetro statale tradizionale. L’alleanza tra Big Tech e grande finanza, emersa con chiarezza negli ultimi anni, mira a un modello in cui dati, algoritmi e forza coercitiva diventano strumenti integrati di governo.
Questa trasformazione è incompatibile con la vecchia globalizzazione multilaterale, fondata su regole condivise e istituzioni sovranazionali. Non è un caso che una parte dell’élite americana abbia scelto di smantellare quel sistema, ritenuto ormai inefficiente. Gli esperimenti di ingegneria sociale, dalla gestione pandemica al controllo digitale, possono anche essere ridimensionati nel tempo, ma lasciano tracce permanenti: nuove soglie di accettazione, nuovi paradigmi di potere.
In questo contesto si inserisce il conflitto ucraino. L’Ucraina appare sempre più come il teatro operativo di uno scontro tra grandi potenze, in primis Stati Uniti e Russia. Il negoziato ristretto lo conferma: Washington non media, ma tratta. Kiev esegue. L’Europa, esclusa dal tavolo, finanzia lo sforzo bellico con risorse proprie, assumendo un ruolo subalterno e funzionale.
Sia gli USA sia la Russia hanno, oggi, interesse a evitare una conclusione rapida. Gli americani temono una resa che rafforzerebbe Mosca sul piano globale; i russi sfruttano il tempo per logorare UE e NATO, consolidare il controllo su territori russofoni e spingere l’Europa in una spirale di spesa militare e tensioni sociali. L’obiettivo strategico resta il Dnjepr e l’accesso al Mar Nero. Una guerra lunga, dunque, probabilmente fino al 2026.
Il filo rosso che unisce Giappone, Ucraina e Occidente è chiaro: il riarmo permanente, finanziato a debito e accompagnato da una crescente militarizzazione tecnologica, sta erodendo le basi economiche e politiche del sistema. Più che salvare il capitalismo, rischia di soffocarlo. La Russia, forte di una visione strategica più tradizionale e di una maggiore tolleranza al conflitto prolungato, osserva e attende. L’Occidente, invece, corre, armato, verso le proprie contraddizioni.
Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.
Articoli Recenti
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Luca Greco - Reg. Trib. di Milano n°40 del 14/05/2020 - © 2025 - Il Giornale d'Italia