07 Gennaio 2026
Dopo lo "specchietto per le allodole" rappresentato dalla retorica governativa statunitense sulla presunta lotta al narcotraffico, sono emersi, con sfacciata evidenza, i reali obiettivi del Presidente Donald Trump in Venezuela. Che, a ben vedere, potrebbero essere indicati su tre differenti livelli di "profondità" e "lontananza" dalle conoscenze comuni. I primi due riguardano, com'è ormai noto, petrolio e terre rare. Il secondo, i tentativi statunitensi di ostacolare la concorrenza cinese, russa ed iraniana nelle Americhe. Il terzo, meno noto, la questione delle riserve di oro venezuelano depositate nei caveau della Banca d'Inghilterra.
È quest'ultimo punto l'altra fondamentale chiave di volta utile a comprendere e spiegare gli interessi geopolitici statunitensi nei confronti del Venezuela. Sono di circa 31 tonnellate i lingotti d'oro depositati dallo stesso Venezuela nella Banca d'Inghilterra perché considerata "la più sicura al mondo". 31 tonnellate, l'equivalente di circa oltre 1,95 miliardi di dollari. La cattura di Nicolas Maduro e l'instaurazione di una presidenza ad interim guidata da Delcy Rodriguez ma "obbligata" a collaborare con Washington, riapre così una nuova questione: chi controllerà ora le riserve auree custodite nei sotterranei di Threadneedle Street?
A quanto risulta, le ricchezze depositate in Inghilterra corrisponderebbero a circa il 15% delle riserve valutarie venezuelane. Eppure quei lingotti d'oro, pur essendo di proprietà venezuelana, non possono tornare al governo venezuelano. I tentativi di rimpatriare l'oro risalgono al 2018, dopo che a Nicolas Maduro venne contestato l'esito delle controverse elezioni presidenziali, venendo di fatto considerato "illegittimo" da molti Paesi, tra cui proprio la Gran Bretagna. Fu in questo preciso contesto politico che, a richiesta di consegna oro, la Gran Bretagna rifiutò e bloccò il trasferimento su pressione dell'opposizione e - pare - degli stessi Stati Uniti. La motivazione addotta al rifiuto di consegna dell'oro riguardò i presunti "usi illeciti" che il governo di Maduro avrebbe potuto fare di tali lingotti - mentre Caracas ne rivendicò l'urgenza per necessità di acquistare materie prime da Iran, Cina e Russia.
Fu nel 2020 che Caracas intentò una causa presso i tribunali londinesi anche quando il Regno Unito rifiutò di concedere a Maduro l'oro che ne aveva fatta seconda richiesta per acquistare equipaggiamenti e medicinali in tempo di Covid-19. Tra il 2018 e il 2020 però accadono fatti significativi: in particolare nel 2019, quando a proclamarsi "presidente legittimo" (ad interim) è Juan Guaidò. Riconosciuto come tale da vari Paesi tra cui proprio dalla Gran Bretagna.
L'oro rimase nei caveau, nonostante, nel 2020, Maduro avesse proposto alle Nazioni Unite di farsi da garante per il controllo sui modi con cui sarebbe stato speso l'oro. Anche gli Stati Uniti avvisarono "banchieri, broker, operatori di borsa e finanza" di non trattare "oro, petrolio o altri beni venezuelani rubati al popolo venezuelano". Ora che però Maduro è "fuori dai giochi", ovvero destituito, la questione sulla legittimità con cui tornare in possesso di tali ricchezze si riapre. Dunque: detto altrimenti, beni venezuelani "congelati" agli stessi venezuelani. Non è escluso che tra gli interessi di Trump vi siano proprio i beni aurei del Paese. Sebbene finora, esplicitamente, l'establishment trumpiano abbia chiesto a Delcy Rodriguez le seguenti "azioni filo-americane": a) repressione di presunti "flussi di droga"; b) espulsione di agenti iraniani e cubani, e di altri "Paesi ostili"; c) blocco di vendita di petrolio a "Paesi avversi"; e d) "libere elezioni". Sebbene lo stesso Trump abbia comunicato che non vi sarebbero scadenze precise.
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