23 Febbraio 2026
Bandiera Germania, Fonte: Imagoeconomica
C’è crisi in Germania e la strada per risolverla sarebbe abbassare il costo del lavoro? Chi può farlo meglio dei migranti che arrivano nel Paese?
Secondo dati recenti basati su statistiche ufficiali, in Germania il numero di persone disoccupate ha superato i 3 milioni nel gennaio 2026, con circa 3,085 milioni di disoccupati registrati. È il massimo degli ultimi anni. Secondo invece i dati dell’Ufficio federale di statistica tedesco (Destatis), nel 2025 circa 17,6 milioni di persone in Germania si trovavano in una condizione di rischio di povertà o di esclusione sociale, pari a circa il 21,2% della popolazione totale.
Non sembra però che questo spinga il governo verso politiche differenti dalle attuali, che hanno contribuito alla crisi di sistema, tra cui spingere sulla guerra Russia-Ucraina.
Da poche ore il governo tedesco ha annunciato che prepara una svolta sull’accesso al lavoro per i richiedenti asilo. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt, esponente della CSU (alleata con la CDU, Unione Cristiano-Democratica, con cui costituisce il gruppo parlamentare comune CDU/CSU nel Bundestag), ha annunciato un’iniziativa che punta a consentire l’ingresso nel mercato del lavoro dopo soli tre mesi di permanenza. Il quotidiano tedesco Bild ha diffuso la notizia e ha riportato le parole del ministro: chi arriva nel Paese deve poter lavorare in tempi brevi, perché l’integrazione passa dal lavoro.
La proposta interviene su una disciplina che negli anni ha imposto un periodo di attesa, con l’obiettivo di tutelare i residenti già presenti in Germania. La normativa prevede la possibilità di chiedere un permesso di lavoro dopo tre mesi dalla presentazione della domanda di asilo, a condizione che la persona non resti in un centro di prima accoglienza. Chi rimane in quella struttura deve invece attendere sei mesi dall’avvio della procedura. In passato alcune regioni hanno applicato tempi più lunghi, con limiti che hanno frenato l’ingresso nel mercato a tutela di chi vive in Germania da più tempo.
Dobrindt collega la riforma a un’idea di integrazione che passa attraverso il lavoro. Il lavoro rappresenta uno strumento di partecipazione sociale, garantisce reddito, favorisce contatti con la comunità locale, rafforza la lingua e le competenze. Clemens Fuest, presidente dell’Ifo, uno dei principali istituti di ricerca economica della Germania, ha espresso un giudizio favorevole in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt. Fuest sostiene che l’economia tedesca ha bisogno di forza lavoro e che un accesso più rapido può contribuire alla crescita.
Anche Marcel Fratzscher, presidente del DIW (Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung) un altro istituto di ricerca economica valuta in modo positivo l’iniziativa. Fratzscher parla di scelta saggia e attesa da tempo. Richiama l’enorme problema occupazionale che il Paese affronta, con posti vacanti in ambiti tecnici, artigianali e nei servizi. Un ampliamento dell’offerta di manodopera può dare impulso alla produzione e alle entrate fiscali.
Fratzscher invita però a inserire la misura in una strategia più ampia di cura della formazione.
Un approccio più prudente arriva da Winfried Kluth, presidente del Consiglio degli esperti su integrazione e migrazione. Kluth riconosce che la riduzione del peso sui fondi sociali costituisce un obiettivo comprensibile. Ritiene però limitato l’impatto sul mercato del lavoro, perché i datori scelgono in autonomia chi assumere. Senza corsi di integrazione solidi, l’ingresso nel lavoro rischia di incontrare ostacoli.
Il progetto di Dobrindt si inserisce in un contesto europeo segnato da pressioni migratorie ed esigenze produttive. Il Parlamento e i Länder dovranno ora confrontarsi sul testo e sulle modalità di attuazione. Il confronto resta aperto tra chi vede nel lavoro il motore principale dell’integrazione, chi chiede investimenti strutturali su formazione e inclusione e chi ritiene necessario investire nel miglioramento dei salari dei lavoratori residenti e nell’integrazione delle classi popolari sempre più povere. La decisione finale inciderà sul futuro di migliaia di richiedenti asilo e sul tessuto economico del Paese.
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