02 Febbraio 2026
La lettura dell’inserto economico del Corriere della Sera di oggi, 2 febbraio 2026, rappresenta un esercizio utile e stimolante. Un inserto da conservare e incorniciare quale caso storico e singolare in quanto per la prima volta in un quotidiano mainstream compare un bagno di fredda realtà (finalmente!) pur all’interno della consueta retorica e propaganda liberista pro-Finanza irresponsabile e globalista. Leggere il Corriere che pubblicizza l’utilità di investire in oro fisico, ETC sui metalli preziosi, arte, gioielli e, persino, francobolli appare sensazionale e ci rimanda agli anni Venti-Trenta del Novecento. La sensazione, “a pelle” è una sensazione di un pensiero economico disperato, ansioso e in fibrillazione in quanto costretto a tornare “al reale”; cioè a beni dal valore oggettivo rispetto al declino del mito dei “facili guadagni perenni”. Non solo: un lungo articolo di Ferruccio De Bortolino poi sul dollaro debole voluto da “The Donald” produce involontariamente un grande elogio dell’attuale Presidente americano che sta realizzando proprio quanto promesso: un dollaro meno caro per alleggerire il debito pubblico Usa, favorire le esportazioni statunitensi di merci (e danneggiare i Brics che commerciano la loro produzione in dollari ancora in modo prevalente). De Bortoli mal cela il suo smarrimento geopolitico che è espressione dello smarrimento culturale del mondo della Finanza di fronte al Nuovo Corso Usa: dove andiamo? Su cosa investire e scommettere? Come facciamo a tenere in piedi la macchina magica “produci-illusioni” che è il mondo della Borsa mondiale? Per ora alla Finanza che vacilla di fronte a molte Banche Centrali e ai Brics che investono in oro fisico piuttosto che in dollari non resta che suonare la fanfara per i titoli tecnologici e la sfida dell’I.A. quale ultima spiaggia di simbolico “sottostante” per il dollaro (non più “petrol” ma ormai ridotto a T-bond) e quale ultima (debole ed effimera) necessaria illusione speculativa per tentare di sorreggere lo stanco e logoro mito occidentale del “denaro che produce denaro” (fino a quando?). L’approccio culturale della Finanza oggi appare fragile: da una parte il debito pubblico Usa è sceso e i flussi di denaro in entrata per il Governo federale Usa sono cresciuti (quindi la ricetta-Trump per ora funziona, come promesso); dall’altra la stessa Finanza non può che continuare a rimpiangere se stessa quale unico mito globalista rispetto all’attuale sua trumpiana de-mitizzazione di fronte al rilancio del “Mito-America” quale status sovra-dollaro e, udite udite, sempre più indipendente dai corsi del dollaro quale arma politica globalista. A parte i ridicoli commenti sulla Groenlandia (la geopolitica è approccio opposto a quello finanziario, irriducibilmente) che si rivela ovviamente irrilevante dal punto di vista della Finanza e invece essenziale dal punto di vista politico e militare (lo capiranno mai?) De Bortoli scopre “l’acqua calda” cioè come sia meglio oggi (a breve termine, aggiungiamo) comprare debito Usa emesso dalle Big Tech della I.A. piuttosto che dalla Fed. Ancora una volta si disprezza Trump non capendo il cambio di paradigma strategico in corso per poi continuare ad elogiare le sue scelte cioè quel geniale e alchemico Genius Act con cui si moltiplica il dollaro, lo si pluralizza, si ri-dollarizza e si spalma il debito Usa rifinanziandolo all’interno dei mercati del risparmio Usa e occidentali. Altra “acqua calda” scoperta dal Corriere: che sia l’Europa Occidentale con i suoi ricchi risparmi privati e le sue banche più solide territorialmente la principale stampella del debito pubblico Usa e dell’affidabilità della Finanza Usa anche grazie alla stretta interdipendenza del nostro settore bancario con le grandi banche anglo-statunitensi. Anche qui sfugge l’essenziale: il fixing dell’oro si tiene a Londra, non a Pechino o a Dubai e la nuova importanza dell’India è sempre una mossa anglo-Usa in senso anti-cinese e come stampella tattica pro-occidente. Il problema non è il debito Usa in se stesso (in diminuzione) né la crescita dell’oro: il problema (strutturale) è dato dalla crisi culturale e strategica interna al sistema finanziario occidentale che non sa più cosa inventarsi per rilanciare le proprie capacità speculative (sempre più ridotte e più lente) e come sorreggere un Mito di se stesso autocelebrativo sempre più logoro e lontano dal reale. Una Finanza che sembra replicare l’errore ideologico che fù del marxismo: se la realtà non corrisponde alla mia teoria allora sarà la realtà che sbaglia!
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