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La contrattazione collettiva scopre l’età: l’age management diventa leva strategica tra ricambio generazionale, competenze e sostenibilità del lavoro

Nei contratti nazionali e aziendali crescono staffetta generazionale, mentoring e gestione delle transizioni: la demografia entra nell’organizzazione d’impresa e nelle relazioni industriali.

02 Febbraio 2026

La contrattazione collettiva scopre l’età: l’age management diventa leva strategica tra ricambio generazionale, competenze e sostenibilità del lavoro

L’invecchiamento della forza lavoro non è più una questione teorica né un tema da dibattito accademico: è diventato una variabile organizzativa che sta modificando in profondità la contrattazione collettiva. La gestione delle diverse età in azienda, riassunta nell’espressione age management, sta entrando in modo sempre più esplicito sia nei contratti nazionali sia negli accordi aziendali, segnando un passaggio culturale rilevante: la demografia smette di essere uno sfondo e diventa materia diretta di relazioni industriali.

Il quadro demografico e occupazionale rende questa evoluzione quasi obbligata. Il peso dei lavoratori over 50 cresce in modo strutturale, mentre la base più giovane si restringe. Non si tratta soltanto di un riequilibrio statistico, ma di una trasformazione che incide su produttività, organizzazione del lavoro, trasmissione delle competenze e sostenibilità dei sistemi di welfare aziendale. In questo contesto, l’età non è più solo un dato anagrafico da gestire in chiave amministrativa, ma una leva strategica.

Uno dei segnali più evidenti di questo cambiamento è la diffusione, nella contrattazione nazionale, di strumenti come la staffetta generazionale, meccanismi pensati per favorire l’ingresso dei giovani accompagnando l’uscita graduale dei lavoratori senior, spesso attraverso riduzioni di orario, part-time di fine carriera o percorsi di accompagnamento alla pensione. Il tema è stato oggetto di riflessione anche in sedi istituzionali come il CNEL, dove la coesistenza tra generazioni viene sempre più letta come fattore strutturale del mercato del lavoro. La novità sta proprio qui: l’età entra nella contrattazione come variabile da governare, non come problema residuale.

Accanto alla staffetta, emergono misure che mirano a valorizzare il ruolo dei lavoratori senior come tutor e formatori interni, con l’obiettivo di preservare e trasferire competenze critiche. L’uscita dal lavoro non viene più pensata come un evento secco, ma come un processo da accompagnare, riducendo il rischio di dispersione del capitale di conoscenze accumulato negli anni. Questo approccio sposta l’attenzione dalla sola gestione del costo del lavoro alla gestione del valore del lavoro nel tempo.

Se i contratti nazionali definiscono il quadro di riferimento, è però nella contrattazione di secondo livello che l’age management assume forme più operative. Molti accordi aziendali riconoscono esplicitamente la coesistenza di generazioni diverse come una variabile organizzativa da governare attraverso strumenti dedicati, come commissioni paritetiche, osservatori interni e progetti di mentoring intergenerazionale. In queste esperienze, il lavoratore senior non è più visto soltanto come un costo crescente, ma come un presidio di competenze tecniche e relazionali.

Alcuni grandi gruppi hanno già tradotto questa impostazione in pratiche concrete. Realtà come Heineken, Lamborghini, Deutsche Bank, Enel e Intesa Sanpaolo hanno sviluppato programmi di mentoring, formazione interna e riorganizzazione dei ruoli di fine carriera, cercando di integrare le diverse generazioni in una logica di continuità operativa. In questi casi, la convivenza anagrafica non viene subita, ma progettata.

Nel complesso, la contrattazione collettiva mostra una crescente attenzione al tema della pluralità generazionale, affrontato prevalentemente attraverso strumenti di gestione delle transizioni occupazionali. L’obiettivo è duplice: favorire l’ingresso di nuove professionalità e, al tempo stesso, evitare che l’uscita dei lavoratori più esperti comporti una perdita netta di competenze strategiche. L’age management si lega così alla sostenibilità sociale dell’impresa, perché un ricambio generazionale ordinato riduce i conflitti tra coorti, preserva il patrimonio di conoscenze tacite e limita i costi indiretti legati a turnover disorganizzato e discontinuità operativa.

Il punto di fondo è che la demografia sta diventando un vincolo strutturale per il sistema produttivo italiano. Con una popolazione attiva che invecchia e un bacino giovanile più ristretto, le imprese non possono più permettersi di trattare l’età come una variabile neutra. La contrattazione sta intercettando questa trasformazione e l’età entra nei testi contrattuali come dimensione organizzativa, relazionale e strategica. Non è più soltanto un fattore di costo, ma una variabile da governare per garantire continuità produttiva, innovazione e coesione interna. In questo senso, l’age management non è una formula di moda, ma la risposta industriale a un Paese che cambia struttura demografica, e la contrattazione collettiva è il terreno su cui questa risposta prende forma.

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