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Generali, Donnet sotto pressione, ma "squadra che vince non si cambia"

Nonostante gli ottimi risultati ottenuti, una parte degli azionisti non vuole riconfermalo. Patto Del Vecchio e Caltagirone in vista del Cda del 27 settembre

Di Silvano Telesi

11 Settembre 2021

Generali,  il nome di Donnet è in bilico, ma "allenatore che vince non si cambia"

Allenatore che vince non si cambia. Almeno, così dovrebbe accadere nel calcio, e a maggior ragione anche nelle aziende. Eppure da mesi la posizione di Philippe Donnet, amministratore delegato del gruppo Generali sembra costantemente sotto pressione, in vista del rinnovo del consiglio di amministrazione previsto per l’aprile 2022. E questo sebbene i risultati ottenuti finora mostrino un’azienda non solo in ottima salute, ma in costante crescita. Da quando Donnet si è presentato al mercato come Group Ceo il 23 novembre del 2016, ad oggi il titolo Generali ha performato meglio di tutti i competitor e lo stesso vale per il total shareholder return, aumentato del 103% contro il 62% di Allianz e il 36% di Axa. L’ultima semestrale del Leone di Trieste è stata chiusa con un aumento della raccolta premi lorda del 5,5% (38 miliardi di euro, superiore alle stime degli analisti) e un utile netto di 1,5 miliardi di euro: quasi il doppio rispetto ai 774 milioni dello scorso anno.

In programma per il prossimo 27 settembre c’è una riunione del consiglio durante il quale si dovrà decidere se attivare o meno la procedura della lista del cda per il rinnovo dell’attuale management. Una cosa che dovrebbe apparire scontata, visto che è esattamente ciò che sancisce il nuovo Statuto della compagnia. Tuttavia, secondo quanto riportato da Repubblica, il 14 settembre è stato preallertato un Comitato nomine per discutere in via preliminare la questione.

Il principale azionista di Generali, Mediobanca (che ha una quota del 12,9%), è a favore della cosiddetta “lista del management”, vale a dire la lista presentata dal consiglio uscente e con Donnet ancora al timone dell’azienda. Una formula di governance in linea con gli standard internazionali, e che ha l’obiettivo duplice di garantire l’indipendenza di Generali e di rendere attraente la compagnia per gli investitori istituzionali (che rappresentano circa il 40 per cento dei soci di Generali), oltre che una garanzia per tutti gli azionisti, grandi e piccoli.

Una formula che, come detto, è stata introdotta nero su bianco all’interno del nuovo Statuto della compagnia, votato all’unanimità dal cda di Generali, lo scorso anno. E tra chi in quella sede aveva espresso parere favorevole c’erano anche Francesco Gaetano Caltagirone, vice presidente nonché azionista di peso di Generali (con una quota salita recentemente al 6%) e Leonardo Del Vecchio (che ha il 4,92% delle azioni). Gli stessi consiglieri che oggi contestano questa impostazione e rimproverano all’attuale management di non aver fatto fare al gruppo un salto dimensionale per competere con i grandi colossi assicurativi internazionali come Allianz e Axa. Fino ad arrivare alla definizione del patto parasociale tra Delfin e la Società del Gruppo Caltagirone. Anche se i risultati ottenuti, i ricchi dividendi staccati e le performance spesso superiori ai target del Piano Industriale dicano altro.

L’obiettivo di questa battaglia dal sapore autolesionistico sarebbe quella di introdurre dei ruoli di potere intermedi nella governance della compagnia. Di fatto, una forma di burocratizzazione, che andrebbe anche contro le regole più moderne della governance. Caltagirone, ad esempio, vorrebbe l’istituzione di un comitato esecutivo, dove un numero ristretto di consiglieri dovrebbe poter avere una maggiore presa del consiglio di amministrazione sul management della compagnia, con l’introduzione della figura del direttore generale, da affiancare all’amministratore delegato, il tutto coronato da un presidente con poteri rafforzati rispetto a quelli attuali. Una prospettiva che però è assai lontana dal concetto di autonomia del cda. Senza considerare il fatto che per competere con i grandi colossi assicurativi internazionali e stare al passo con i repentini cambiamenti del mercato servirebbe una maggiore snellezza e non un appesantimento dei processi decisionali.

Di Silvano Telesi.

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