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Paolo Giordani (Istituto diplomatico Internazionale): “Il Myanmar attraversa una delle crisi più gravi del nostro tempo”

16 Febbraio 2026

Golpe Myanmar: almeno 149 morti dall'inizio delle proteste

“A quasi cinque anni dal colpo di Stato del 1.o febbraio 2021, il Myanmar (ex Birmania) attraversa una delle crisi più gravi e meno discusse del nostro tempo, una guerra civile protratta che ha dissolto ogni equilibrio interno e ha trasformato il Paese nel teatro di violazioni sistematiche dei diritti umani, mentre l’opinione pubblica internazionale guarda altrove e la sofferenza di milioni di persone scivola ai margini del dibattito pubblico europeo”, osserva Paolo Giordani, presidente dell’Istituto diplomatico internazionale.


“Dal ritorno al potere dei militari guidati dal generale Min Aung Hlaing – continua - il conflitto ha assunto una dimensione sempre più estesa. Le alleanze tra forze di opposizione e gruppi armati etnici hanno sottratto porzioni di territorio alla giunta, ma l’esercito ha reagito con bombardamenti aerei su aree abitate, operazioni terrestri nei centri civili e distruzione di infrastrutture essenziali. Le organizzazioni indipendenti di monitoraggio stimano che dal febbraio 2021 oltre 4.500 civili abbiano perso la vita a causa della repressione e delle operazioni militari, mentre più di 25.000 persone risultano arrestate per motivi politici, tra cui giornalisti, attivisti, studenti e membri dell’opposizione democratica”.


“Il numero delle vittime dirette non esaurisce il costo umano”, sottolinea Giordani. “Secondo le agenzie delle Nazioni Unite, oltre 3,5 milioni di persone risultano oggi sfollate interne, costrette ad abbandonare villaggi e città divenuti zone di combattimento, mentre circa 18 milioni necessitano di assistenza umanitaria in un contesto in cui l’accesso agli aiuti incontra ostacoli strutturali. Circa 15 milioni affrontano livelli gravi di insicurezza alimentare, in un Paese nel quale la distruzione di scuole, ospedali e reti di distribuzione ha inciso profondamente sul tessuto sociale. La repressione non si manifesta come episodio isolato, ma come metodo di governo. Arresti arbitrari, processi a porte chiuse, torture documentate, restrizioni alla libertà di stampa e alla partecipazione politica delineano un sistema che fonda la propria stabilità sull’intimidazione e sulla compressione dei diritti civili. Le elezioni organizzate tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 si sono svolte in un clima segnato dall’esclusione di forze politiche rilevanti e dalla detenzione di leader democratici, con forti riserve espresse da osservatori internazionali circa l’effettiva libertà del voto. Resta inoltre aperta – aggiunge il presidente dell’IDI - la ferita dei Rohingya, minoranza musulmana oggetto di persecuzioni sistematiche già nel 2017 e tuttora al centro di un procedimento per genocidio dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia. Oltre un milione di Rohingya vive nei campi profughi del Bangladesh in condizioni di estrema precarietà, dipendendo da aiuti internazionali che negli ultimi anni hanno subito riduzioni significative”.


Non manca, conclude Giordani, sostegno dell’Ue: “In qualità di principali donatori in risposta alla crisi – ha sottolineato nei giorni scorsi L'Alto Rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza - l'Unione e i suoi Stati membri restano impegnati a trovare modalità efficaci per fornire l'assistenza tanto necessaria alle persone colpite” e continuano a sostenere i “5 punti” fissati dall’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) per rimettere il Myanmar sulla strada della stabilità, a cominciare dall’immediata cessazione di ogni forma di violenza nel paese. Eppure, del Myanmar quasi non si parla sui media europei, il tema è oscurato da altre crisi che coinvolgono direttamente interessi strategici dell’Unione o delle grandi potenze. Una gerarchia geopolitica, non sempre proporzionata alla gravità delle violazioni, regola l’attenzione mediatica. Quando una tragedia scompare dall’agenda informativa, si attenua anche la pressione politica sui governi e sulle istituzioni multilaterali chiamate a intervenire”.

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