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Del Corno al Giornale d’Italia: “La cultura è l’antidoto al virus della disgregazione sociale”

Del Corno: “La chiusura continuata dei luoghi di cultura è pericolosa per la salute pubblica. Da giugno partiamo con ‘Estate sforzesca’, una ricca rassegna di spettacoli dal vivo”.

19 Aprile 2021

Del Corno al Giornale d’Italia: “la cultura è l’antidoto al virus della disgregazione sociale”

Filippo Del Corno (Fonte: lapresse)

Una chiusura “cronica”, per usare le parole di Del Corno, quella che ha colpito i luoghi della cultura in questo anno difficile di pandemia. Le saracinesche dei teatri e dei musei abbassati, così come le teche vuote dei cinema, sono forse i simboli più tristi di questa pandemia, almeno per quanto riguarda il nostro senso squisitamente immateriale di essere umani.  Il Comitato Tecnico Scientifico ha dato il suo bene stare alle proposte avanzate dal Ministro Franceschini per la riapertura a partire dal prossimo 26 aprile nelle zone gialle di teatri, sale da concerto e cinema. Un passo avanti è stato fatto anche nell’aumento della partecipazione del pubblico: dal 25% dei posti occupabili in sala si passa a un 50%, sempre nell’assoluto rispetto delle misure di sicurezza. 

Ne abbiamo parlato con Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, il quale in più occasioni è stato una voce importante a difesa delle aperture dei luoghi cultura. 

Le riaperture previste per il 26 aprile riguarderanno anche i luoghi di cultura. Pensa che teatri, cinema e musei siano pronti ad accogliere il pubblico in sicurezza?

I luoghi della cultura hanno già dimostrato di essere luoghi sicuri. Nei mesi delle aperture non vi si sono registrate circostanze di contagio significative grazie alle presenze contingentate e all’adozione di tutti i protocolli previsti dalle unità mediche e scientifiche. Quindi non sono luoghi di pericolo e sono profondamente convinto della necessità di una loro riapertura, con tutti gli elementi di gradualità necessari.

Quanto pesa sulla società la chiusura continuata di luoghi essenziali per il suo progredire?

Di tutte le privazioni che abbiamo dovuto subire come comunità quella più duratura è stata quella della partecipazione alle attività culturali. Questa privazione ha assunto caratteri cronici rischiando di essere davvero pericolosa per la salute collettiva. Le società democratiche si reggono fondamentalmente sul principio della partecipazione culturale ed è da un anno che di fatto questo diritto non può essere assicurato.

Inoltre nella situazione che stiamo registrando ora i luoghi di cultura possono essere un’alternativa efficace al rischio di assembramento.  Sappiamo che l’uomo è un animale sociale, laddove non esiste più il principio del lockdown severo, ovviamente le persone tendono a uscire e incontrarsi.  I luoghi di cultura in questo contesto possono costituire un’alternativa che garantisce una maggiore sicurezza nel rispetto dei protocolli.

Le decisioni politiche assunte finora non sembrano però andare verso questa direzione. Secondo lei alla base c’è un giudizio di valori o davvero i luoghi della cultura non possono essere controllati?

Il vero punto è che purtroppo la cultura non è stata considerata necessaria. Le decisioni sono state prese in base a una scala di necessità che erroneamente ha messo la cultura agli ultimissimi posti. Al primo posto la necessità dell’approvvigionamento alimentare, che è senz’altro fondamentale e fuori discussione. Ma il fatto che non si sia capito che per l’uomo sia necessaria la partecipazione culturale è stato un errore di prospettiva molto grave.

C’è stato poi un altro malinteso: quando si sono verificati dei casi di contagio tra lavoratori e lavoratrici della cultura si è subito pensato che quello fosse un pericolo al quale veniva esposto anche il pubblico, ma non è così!  È evidente che ci siano stati alcune forme di contagio nei teatri, ma perché quelli sono luoghi di lavoro, e in questi è noto che il rischio del contagio è più alto.  L’errore è stato quello d’immaginare che l’elemento riscontrato in un luogo di lavoro divenisse automaticamente un indice di rischio per il pubblico.  Il pubblico quando assiste ad uno spettacolo o quando visita un museo è messo nelle condizioni di correre rischi di contagi infinitamente inferiori a tante altre forme di condivisione sociale.  

Cosa ne pensa della proposta avanzata da Dominique Mayer, Sovrintendente del Teatro alla Scala, di vaccinare i musicisti per rendere possibili i concerti dal vivo in totale sicurezza?

Su questo non sono d’accordo. Capisco la posizione di coloro che hanno difeso il loro settore produttivo, ma dobbiamo essere chiari su questo punto: il paese deve individuare una strada di vaccinazione che non abbia la possibilità di essere messa sotto scacco da principi di rivendicazione parziali. Sono d’accordo sull’impostazione data dal Generale Figliuolo che ha posto la priorità per gli operatori sanitari per poi procedere con i principi delle età e delle fragilità.

Cosa ha in programma il Comune di Milano in ambito culturale, considerando anche l’arrivo della bella stagione ?

Noi siamo pronti a partire con Estate Sforzesca, una rassegna di spettacoli dal vivo tra i quali concerti, spettacoli teatrali, performance di danza. L’evento avrà luogo nel cortile della Piazza d’Armi del Castello Sforzesco, quindi un luogo molto ampio. La rassegna durerà tutta l’estate, inizieremo l’11 giugno e proseguiremo fino a settembre per un totale di oltre 80 serate di spettacolo. Sarà il segno più forte e evidente della necessità di una ripresa della partecipazione culturale basata sul principio della condivisione fisica della performance. 

In questi mesi abbiamo dovuto usare le piattaforme tecnologiche ma esse sono un surrogato dell’esperienza culturale.  Ci saranno anche molte altre iniziative promosse da istituzioni culturali come il Piccolo Teatro  e la Scala ma anche associazioni culturali più piccole che avranno una grande diffusione sui territori urbani.

Non dimentichiamo che i luoghi della cultura sono anche presidi sociali importanti per il territorio. Il rischio della desertificazione dell’offerta culturale è enorme. Ci sono quartieri delle grandi città italiane nei quali i teatri, le sale cinematografiche, le piccole associazioni, sono fondamentali per contrastare ogni forma di disgregazione sociale. Il fatto che quelle saracinesche siano abbassate e che quelle luci siano spente da ormai un anno, genera un impoverimento del tessuto sociale e un forte rischio di disgregazione.

La ripresa delle attività culturali è uno strumento utilissimo per combattere l’altro virus dilagante che è quello della disgregazione sociale. Adesso che stiamo trovando il modo di contenere il virus da covid-19, dobbiamo preoccuparsi anche di questo altro virus che soprattutto nei grandi contesti urbani riesce ad essere combattuto attraverso l’attività e la presenza dei luoghi di cultura.

  

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