07 Marzo 2026
Uomo-folla, fonte: Instagram, @igiornielenotti
“Per il solo fatto di appartenere a una folla, l’uomo scende dunque di parecchi gradini la scala della civiltà”. “Se il disinteresse, l’abnegazione, la rassegnazione, la dedizione assoluta ad un ideale, chimerico o reale, sono virtù morali, si può dire che le folle possiedono in certi casi queste virtù ad un grado che i più saggi filosofi hanno raramente raggiunto”.
Due citazioni, entrambe del medesimo autore, entrambe contenute nel medesimo libro, bastano forse a definire un rapporto contraddittorio e quindi profondamente umano e spontaneo col concetto di “folla” rintracciabile nel pensiero di un attento analista della società a lui contemporanea.
Quel tal libro è la Psicologia delle Folle, pubblicato nel 1895 – per ottenere nei primi anni un rapido successo, e successivamente una progressiva dimenticanza dimostrata peraltro dalla sostanziale assenza di riferimenti negli attuali libri scolastici di scienze umane – a Parigi da Gustave Le Bon, che definire “sociologo” o “antropologo” è a mio avviso riduttivo.
Occupatosi in gioventù di studi fisiologici e anatomici (condusse anche alcune ricerche sullo stato dell’igiene pubblica, ma anche ricerche che dimostravano – contro le tendenze e l’opinione maggioritaria tra gli esperti in materia dell’epoca – i danni provocati dal compulsivo consumo di tabacco), rivolse successivamente i suoi interessi verso l’archeologia per poi divenire celebre grazie all’impegno nell’ambito delle scienze umane. Il suo approccio si distanziò in modo radicale da quelle che erano le caratteristiche - ormai consolidate da decenni di applicazione – della ricerca antropologica. Questo perché un Dupuis, uno Smith o uno Stefanoni difficilmente si sarebbero scostati dall’interpretazione, più o meno arbitraria, di ciò che erano i culti più antichi e le origini delle credenze tradizionali, anzi mostrando una certa aria di sdegno verso chi pensava fosse ancor più utile osservare il presente.
Questo è ciò che – prima ancora di attribuirgli l’onore delle grandi scoperte – rende innovativo, ingegnoso e contestualmente anti-dogmatico il Le Bon. Dopodichè, c’è la sua intuizione. La sua, se vogliamo, superba volontà di istituire una nuova spartizione delle età sociali. Dopo aver posto l’accento sulla centralità dinamica di quell’ultimo quarto di secolo – afferma con decisione e solennità che “l’epoca attuale costituisce uno di quei momenti critici, durante i quali il pensiero umano si trasforma“ – procede con determinazione a statuire le fasi evolutive (o involutive) del percorso sociale che trova come centro di irradiazione il continente europeo, e in prima linea l’Inghilterra e la sua Francia; tali fasi si scandiscono in un “evo” in cui il collante sociale era costituito dall’uniformità religiosa, per poi passare all’affermarsi delle dottrine frutto del progresso industriale e profetizzare – qua arriva l’intuizione – l’insediarsi dell’“età delle folle”, ossia un età nella quale la potenza delle folle è la sola a non subire alcuna minaccia e veda crescere il suo prestigio.
Le Bon era infatti abbagliato da notizie a lui contemporanee che alimentavano questa supposizione; il giornalismo che da propagatore di agitazioni popolari era divenuto un testimone edulcorato delle nuove mode e della pura cronaca, gli scioperi di matrice socialista, proteste popolari talmente imponenti da poter “imporre” nuove alleanze alle nazioni democratiche (come quella francese con l’Impero Russo) e via dicendo.
Proseguendo lungo questa linea interpretativa, l’indagine di Gustave Le Bon assume un carattere ancora più penetrante quando si concentra sul mutamento psicologico dell’individuo inserito nella folla. L’uomo isolato – dotato di una coscienza critica, di una certa prudenza e di un senso della responsabilità personale – si trasforma radicalmente nel momento in cui entra a far parte di una moltitudine. In quella condizione, secondo quanto afferma ne Psicologia delle folle, l’individuo tende a perdere i freni che la civiltà gli ha progressivamente imposto, regredendo verso una forma mentale più elementare e impulsiva. Non si tratta soltanto di una metafora morale. Per Le Bon la folla costituisce un organismo psicologico nuovo, distinto dalla semplice somma degli individui che la compongono. In essa agiscono meccanismi peculiari: l’anonimato che attenua il senso di responsabilità, la suggestione che sostituisce il ragionamento, e soprattutto il contagio emotivo, che rende immediatamente condivise passioni e convinzioni. È in questo contesto che emerge la figura del capo, del leader capace di dirigere la folla. A differenza dello statista tradizionale, che persuade mediante argomenti razionali, il capo delle folle agisce su un piano completamente diverso. Egli non dimostra: afferma. Non discute: ripete. Non convince attraverso prove: contagia attraverso l’emozione. Le Bon riassume implicitamente la strategia del leader in tre strumenti fondamentali: affermazione, ripetizione e contagio.
L’affermazione è la dichiarazione netta, perentoria, priva di sfumature e di dubbi; la ripetizione imprime quell’idea nella mente collettiva fino a trasformarla in una verità indiscutibile; il contagio, infine, diffonde tale convinzione da individuo a individuo come una corrente elettrica che percorre la folla. Ciò che inizialmente era un semplice slogan diviene così un credo condiviso. Questa analisi, complessivamente, si dimostra sorprendentemente “brillante” (così affermava Freud).
Le Bon osservava i primi fenomeni di mobilitazione di massa della società industriale; tuttavia le sue intuizioni troveranno una conferma drammatica negli sviluppi politici del secolo successivo. I grandi regimi totalitari seppero infatti applicare – consapevolmente o meno – proprio quei principi di suggestione collettiva che egli aveva individuato. Le sue pagine sembrano quasi anticipare la nascita delle moderne tecniche di propaganda: l’uso sistematico degli slogan, la reiterazione ossessiva di immagini e parole d’ordine, la trasformazione del leader in simbolo emotivo capace di catalizzare le passioni popolari.
Le Bon, insomma, aveva intuito che la società moderna avrebbe fornito agli agitatori politici strumenti immensamente più potenti di quelli disponibili nelle epoche precedenti. Naturalmente non tutte le sue conclusioni resistono alla prova della storia. In particolare appare oggi difficilmente sostenibile la sua tendenza a distinguere il comportamento collettivo delle nazioni secondo caratteri razziali. Egli attribuiva, ad esempio, ai popoli anglosassoni una maggiore moderazione politica; ma la storia stessa dell’Inghilterra fornisce esempi che contraddicono questa supposizione. Basti ricordare l’episodio che contribuì a provocare la cosiddetta War of Jenkins' Ear: il generale britannico Robert Jenkins si presentò davanti al Parlamento esibendo il proprio orecchio mutilato e conservato nell’alcool, reciso a sua detta anni prima da marinai spagnoli. Il gesto suscitò un’ondata di indignazione e di eccitazione patriottica tale da trascinare l’opinione pubblica e il governo verso la guerra contro la Spagna. Un esempio emblematico di come anche una società ritenuta “moderata” possa essere trascinata dall’emozione collettiva.
Tuttavia, se alcune sue interpretazioni risultano discutibili, il nucleo della sua riflessione resta straordinariamente profetico. Lo stesso Le Bon, con una metafora significativa, osservava come le grandi scoperte tecniche possano essere utilizzate in modi del tutto imprevisti dai loro inventori. Così, ad esempio, la Dynamite – concepita da Alfred Nobel per facilitare i lavori minerari e gli scavi – si trasformò rapidamente in uno strumento di distruzione. Allo stesso modo, le conoscenze sulla psicologia collettiva che avrebbero potuto servire a comprendere e governare più razionalmente la società furono spesso sfruttate per manipolare le masse. Le intuizioni sul funzionamento delle folle divennero, nelle mani dei moderni apparati propagandistici, strumenti di dominio. L’affermazione, la ripetizione e il contagio emotivo – che Le Bon aveva osservato come fenomeni spontanei – vennero sistematicamente organizzati e impiegati per orientare milioni di individui verso obiettivi stabiliti dall’alto. In questo senso, la lettura della Psicologia delle folle non rappresenta soltanto una curiosità erudita della storia delle scienze sociali. Essa appare piuttosto come un monito: un tentativo precoce di comprendere quelle forze invisibili che, una volta scatenate, possono trasformare la volontà degli uomini in un’energia collettiva tanto creatrice quanto devastatrice.
Di Raimondo Maria Prati
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