18 Febbraio 2026
Le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa squarciano il velo dell’ipocrisia: il cosiddetto “Board of Peace” è «una operazione colonialista: altri che decidono per i palestinesi». Non un lapsus, ma un atto d’accusa politico e morale. Mentre a Gaza si continua a morire sotto le bombe, nel freddo e tra le infezioni, c’è chi pensa di ridisegnare il futuro di un popolo senza quel popolo. È la vecchia logica del mandato, della tutela imposta, del protettorato mascherato da stabilizzazione.
Il “Board” nasce con la pretesa di amministrare la pace, ma nei fatti rischia di amministrare l’esclusione: sostituisce la rappresentanza palestinese con un consesso di interessi esterni, spoliticizza l’occupazione, normalizza l’assedio. In nome della sicurezza, si congela il diritto all’autodeterminazione; in nome della ricostruzione, si apre la porta a una governance eterodiretta, permeabile alle pressioni di potenze e lobby. È pericoloso perché legittima l’idea che la sovranità sia un optional e che i diritti possano essere commissariati.
Mentre Antonio Tajani offre dichiarazioni prudenti fino alla codardia, Israele continua a colpire e a limitare l’ingresso degli aiuti. E il Governo italiano, con la sua maggioranza, piega la dignità del Paese a un’agenda che guarda agli affari più che alla giustizia, in sintonia con le ambizioni di Donald Trump e del suo entourage.
Se la pace è davvero l’obiettivo, non può nascere da un direttorio calato dall’alto. Senza il protagonismo dei palestinesi, ogni “Board” è solo un consiglio di amministrazione del conflitto.
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