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I russi non fanno più schifo se vendono i loro asset agli americani. Il colosso petrolifero Lukoil, sotto sanzioni per la guerra in Ucraina, accetta di vendere gli asset internazionali al gruppo statunitense Carlyle

Capitalismo di guerra: l'America compra gli asset russi mentre l'Europa paga il prezzo della propria inerzia

29 Gennaio 2026

I russi non fanno più schifo se vendono i loro asset agli americani. Il colosso petrolifero Lukoil, sotto sanzioni per la guerra in Ucraina, accetta di vendere gli asset internazionali al gruppo statu

Petrolio: fonte twitter @siracusaoggi

Le bufale sui motivi della guerra in Ucraina prima o poi vengono viste anche degli orbi. Le principali agenzie di stampa del mondo, compresa Bloomberg, hanno annunciato in queste ore che la società russa Lukoil, uno dei maggiori gruppi energetici privati al mondo, con oltre 100 mila dipendenti, attiva in più di 30 Paesi, una produzione che supera 2 milioni di barili di petrolio al giorno e ricavi annuali prima delle sanzioni che superavano i 140 miliardi di dollari, vende al gruppo statunitense Carlyle. Motivo? L’azienda affronta una stretta economica dopo le sanzioni internazionali. Le linee di credito della banche, le forniture, le assicurazioni e tutti gli asset dei contratti sono stati messi a dura prova. Nel tempo il credito si è ridotto, gli scambi economici esteri bloccati, i partner fuggiti.


Così Lukoil ha scelto la vendita di asset esteri per evitarne il crollo operativo e per difendere migliaia di posti di lavoro. L’uscita di scena del petrolio russo ha messo economicamente in ginocchio l’Europa. Ma questo non ha distolto l’azione della UE dal fare harakiri.

Gli Stati Uniti avevano inserito Lukoil e Rosneft, il più grande gruppo petrolifero della Federazione Russa e controllato dallo Stato, nelle liste nere interrompendo ogni canale commerciale diretto. La via d’uscita russa per continuare a vendere il petrolio come in passato era un accordo con la svizzera Gunvor Group. Ma le autorità statunitensi hanno accusato Gunvor di intrattenere rapporti privilegiati con ambienti politici russi. Quindi nessuna via d’uscita. L’Europa non deve comprare petrolio dai cattivi russi, gli svizzeri togliersi dalla scena delle operazioni di mediazioni per lasciare il quadro intatto.


L’assedio economico hanno messo a dura prova il mondo russo. In questo contesto arriva Carlyle Group. Che le strategie Usa mirino sempre a comunque a favorire le proprie aziende, sopra gli interessi di popoli e continenti? Difficile non crederci.
Il fondo statunitense Carlyle gestisce 474 miliardi di dollari e punta su energia, infrastrutture e controllo strategico. Lukoil accetta la trattativa e mette sul tavolo Lukoil International GmbH e altre partecipazioni. Anche lo Stato del Kazakistan interviene e chiede alle autorità statunitensi di approvare l’operazione, segnale di un coinvolgimento statale nella difesa della filiera energetica regionale. Infatti l’accordo richiede il via libera dell’Office of Foreign Assets Control e il completamento delle verifiche normative. Il processo, neanche tanto velatamente, mostra come la finanza occidentale trasformi una crisi politica in occasione di acquisizione. E non è una cosa da poco comprendere come questi motivi si intreccino con l’espansione ad Est della Nato che tanto ha irritato Mosca.


La guerra in Ucraina, che inizia molto prima dell’ultima invasione russa, presentata come atto di difesa della legalità, sicurezza, confini e diritto internazionale sta invece mettendo ancora una volta in mostra l’espansione statunitense. Washington mira al controllo delle rotte energetiche, all’indebolimento dei concorrenti, all’allargamento della propria sfera di influenza e all’indebolimento dell’Europa, sempre più confusa e a traino. Le sanzioni contro l’intervento di Putin in Ucraina stanno funzionando anche come strumenti di guerra economica, aprendo spazi ai capitali americani. Le guerre oggi nascono sempre per il dominio su risorse e mercati, non per difendere la gente o i popoli che anzi spesso sono costretti ad andarci e partecipare alla guerra “guerreggiata”. L’Ucraina rientra in questo schema. Le aziende pagano il prezzo delle decisioni geopolitiche. Lukoil vende per sopravvivere. Carlyle compra per rafforzarsi. In mezzo restano lavoratori, territori, produzione e un Europa sempre più inerte.

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