28 Gennaio 2026
Il lavoro ha un costo, è sempre stato così. Chi è ben pagato e vive in società dinamiche, competitive, che hanno speranza nel futuro, nella giustizia sociale e mobilità di classe, tende a fare figli. Quando invece si cercano scorciatoie per abbassare il costo del lavoro, come nel nostro modello di sviluppo neoliberista selvaggio, si distruggono le classi popolari e i loro quartieri con l’immigrazione di massa, per avere manodopera più economica, più flessibile e più ricattabile, il conto si paga poi in dinamiche sociali e criminali che annientano il tessuto sociale.
La Svezia ne è oggi un emblema. Un Paese che per decenni ha investito su welfare, inclusione, libertà e fiducia nelle istituzioni si trova ora a rivedere uno dei suoi tabù.
Il governo svedese, moderato-cristiano-liberale (con appoggio esterno socialdemocratico), ha presentato un disegno di legge per abbassare l’età della responsabilità penale dai 15 ai 13 anni. Dal luglio 2026 al luglio 2031 la riforma consente pene fino a due anni in nuove “prigioni giovanili”. Sarà un periodo di sperimentazione, poi si vede come va.
La criminalità violenta organizzata è esplosa negli ultimi vent’anni. Le gang giovanili sono diventate uno strumento stabile del mercato della droga. Nel 2025, 52 minori sotto i 15 anni sono stati coinvolti come esecutori in casi di omicidio. Ragazzi reclutati perché giovani, poco punibili e facilmente sostituibili. Negli ultimi anni la Svezia ha registrato un aumento delle sparatorie e della violenza legata alle gang criminali, che ha portato la violenza con armi da fuoco a livelli molto più alti rispetto alla media europea. Secondo alcuni indici, come quello del Global Organized Crime, la Svezia mostra un livello di criminalità organizzata mai visto prima per loro e superiore a quello dei vicini nordici, Finlandia e Norvegia.
La riforma non si limita all’età: cambiano anche le regole di condanna. Viene abolito lo sconto di pena per i ragazzi tra i 13 e i 18 anni. La pena massima per i minori sale a 18 anni. Il ministro della Giustizia Gunnar Strömmer parla di misure necessarie, proporzionate alla gravità della situazione.
Questo quadro non nasce dal nulla. Negli ultimi vent’anni la Svezia è cambiata in profondità. Oggi oltre il 20% della popolazione è nata all’estero. Quasi un quarto ha un background migratorio. Sono numeri elevati per un Paese di poco più di dieci milioni di abitanti. A questi dati si affianca un altro elemento chiave: circa il 40% degli immigrati dichiara di non sentirsi integrato nella società svedese.
La coincidenza temporale è evidente: immigrazione di massa, difficoltà di integrazione, crescita della criminalità giovanile organizzata. Negare il legame è ideologico. Ridurlo a retorica da bar pure. In tanti hanno invocato misure simili anche per i “maranza” in Italia.
L’integrazione non è fallita ovunque, anche se il governo ha investito milioni su milioni nel proprio modello di sviluppo, ma è stata diseguale. Diversi studi sociali svedesi indicano che in molti quartieri si sono create segregazione, scuole deboli, mercati del lavoro chiusi, relazioni sociali frammentate. In questi spazi si sono inserite le gang, che offrono reddito, appartenenza, protezione e status. A me ricorda Napoli, ma non posso dirlo.
Le resistenze non mancano. Nella consultazione pubblica sono state coinvolte 126 autorità e organizzazioni. Polizia, magistratura e amministrazione penitenziaria hanno espresso in larga parte critiche o contrarietà. Il timore è duplice: danneggiare minori già fragili e sovraccaricare un sistema carcerario non pensato per gli adolescenti.
La Svezia passa dalla prevenzione alla deterrenza, dalla fiducia alla forza dello Stato. Non basterà di sicuro, se non a creare nuovi conflitti e nuovi mostri. Ma se il denaro indica la strada e il modello di sviluppo distruttivo non si può mettere in discussione, c’è poco da fare.
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