28 Gennaio 2026
C’è qualcosa di allucinato, quasi lisergico, nel vedere Fratelli d’Italia inginocchiata davanti al fantasma di Bettino Craxi come una banda di ex proibizionisti col bicchiere in mano che scoprono il bourbon a sessant’anni. “Ci eravamo sbagliati”, dicono. Certo. Tutti si sbagliano sempre, soprattutto quando il morto non può rispondere e la storia diventa un buffet libero. Craxi oggi è un santino vintage: lo si tira fuori dalla tasca, lo si lucida un po’ e lo si usa per sembrare improvvisamente adulti, istituzionali, perfino democratici.
Ma fermiamoci un attimo, prima che l’orgia revisionista diventi una seduta spiritica. Craxi era molte cose: arrogante, spavaldo, modernizzatore, socialista vero, figlio della Guerra fredda e nemico dichiarato di ogni conformismo tribale. Una cosa però è certa come una sbronza all’alba: Craxi non avrebbe mai votato per i fascisti. Mai. Neanche bendato, neanche sotto tortura, neanche per sbaglio. Perché Craxi era un animale politico novecentesco, con una bussola ideologica precisa e un allergia cronica per la nostalgia in camicia nera.
Vederlo oggi celebrato da chi allora lo contestava urlando “ladro” dalle curve della storia fa sorridere, ma è un sorriso storto, da bar di frontiera. Il pentimento è apprezzabile, certo, ma non trasformiamolo in appropriazione indebita di memoria. Craxi non è un trofeo, né un ponte morale verso una rispettabilità posticcia. Era un socialista riformista, laico, occidentale, e soprattutto incompatibile con qualsiasi revival autoritario.
La verità, sporca e nuda, è che Craxi non serve a essere assolto: serve a ricordare che la politica era una cosa seria, e che certi voti — ieri come oggi — non si danno. Anche dall’esilio. Anche da morto.
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