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Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

Paolo e Abu, due ragazzi diversi, due miti, indifesi, vittime anzitutto dell'indifferenza e dell'omertà

Gli insegnanti hanno molte ragioni, molti alibi, ma se praticano l'omertà che finisce in tragedia non sono scusabili. E gli stessi allievi li giudicano,

23 Gennaio 2026

Paolo e Abu

Gli insegnanti hanno molti alibi e qualche aggravante che perdonare non si può specie se sfocia in tragedia come nel caso del biondo, “diverso” Paolo Mendico, indotto a suicidarsi a 14 anni da una banda di bulli risaputi da tutti. Immediatamente l'istituto ha fatto quadrato, puntando a ridurre la vittima a un “figlio del bosco”, un disadattato prodotto da una famiglia di squinternati. Le famiglie possono anche essere neorurali o dissociate, ma basta questo a scaricare un agnello alla mercé dei lupi? Al funerale di Paolo non andò nessuno; a debita distanza, quelli che lo avevano spinto ad ammazzarsi, nessuno dei quali ha pagato, ridevano, filmavano; le allusioni e gli insulti non si sono fermati neanche dopo. Ora si viene a sapere dei provvedimenti disciplinari, irrisori, offensivi: tre giorni di sospensione, a cavallo del fine settimana, per una dirigente e due professoresse. “Era meglio se non facevano niente” dice la famiglia squinternata che ha dalla sua la ragione della logica e della dignità nella sofferenza. Con mitezza chiedono giustizia: ricevono, e riceveranno, schiaffi. Con il sindacato e degno sindacato della Cgil Scuola che tuona, per dovere d'ufficio, perfino di fronte a sanzioni che di fatto assolvono tutti, li salvano da responsabilità gravissime: Paolo scriveva, a suo modo denunciava e tutti sapevano del suo calvario quotidiano, tutti le vedevano le angherie, le botte, tutti potevano constatare il suo inabissarsi nella depressione, quell'appassire ogni giorno di più, quegli segnali drammatici. Pare che una insegnante lo abbia fatto soffrire più di ogni altra cosa alludendo alle condizioni economiche della sua famiglia, che non poteva garantirgli quel doposcuola al quale, viceversa, erano ammessi i suoi persecutori. È lecito risolvere così una tragedia, paradigmatica di un pilatismo istituzionale inammissibile?

A La Spezia è accaduto di peggio e di meglio insieme, è accaduto l'impensabile: gli stessi ragazzini, gli stessi studenti si sono ribellati alla cappa di omertà che proteggeva il maranza assassino, il marocchino Zouhaur Atif che ha scannato un coetano egiziano di religione copta e poi si è messo a recitare versi del Corano. “Un genio che aveva l'abisso dentro”, lo ha difeso una prof. E i compagni della vittima questa volta non ci sono stati, non si sono comportati come i loro coetanei e neppure come gli adulti, dirigenti, insegnanti o famiglie che fossero: hanno denunciato la pericolosità riconosciuta dell'omicida, il suo esibire coltellacci in ogni occasione, la sua attitudine criminale che tutti dentro e fuori la scuola cercavano di ignorare. Hanno raccontato l'omertà generale per cui la scuola copre se stessa, il suo conformismo, la sua fellonia ideologica ma anzitutto professionale e prim'ancora umana. Gli insegnanti vivono rappresaglie da famiglie e studenti balordi, ma a loro volta troppo spesso consentono o agevolano rappresaglie dai violenti sui miti, dalle carogne sugli sfortunati. E le balle, le formule woke non possono soccorrerli, si risolvono in un indecente lavacro purificatore che non purifica niente, che finisce di intorbidare.

Non vogliono rogne i docenti, ne hanno già tante ed è vero, e si può comprendere, ma come fanno a non capire che con la politica delle tre scimmiette di rogne se ne tirano addosso di più e di gigantesche? Ci deve sempre scappare il morto per correre ai ripari o almeno fingere di farlo: tornelli, metal detector, indignazione dozzinale nel tacito accordo che niente verrà adottato davvero, che tutto resterà come prima una volta passata la buriana. Come dice il ministro dell'Istruzione, “andiamoci piano con gli allarmismi”. E uno studente maranza ne ha appena scannato un altro, e per un soffio altri due non facevano la stessa fine. Le lame e le brutalità nelle scuole sono endemiche e lo sono diventate a forza di non vederle, di dirottare la colpa sulla fatidica società o sui padri che giocano a padel come predica lo psicanalista tuttologo Crepet. Ma sapete che c'è, cari professori? Che i Ponzio Pilato alla lunga generano gli Erode, che i troppi Abele scatenano i Caini e quando i Caini diventano cultura sociale, diventano costume e maggioranza, nessuno può più fermarli. La parola d'ordine in tutte le componenti sociali, istituzionali, civili è minimizzare, dimenticare, contestualizzare. Assumersi una responsabilità è sinonimo di debolezza, di coglionaggine, trionfa il garantismo peloso che si traduce in impunità, in ingiustizia somma che a cascata discende dai tenutari di tuguri milionari “che creano reddito” e raggiunge, non può non raggiungere, per forza di logica, i criminali per così dire a prato basso. Insomma non paga nessuno. Avendo io invocato una pena esemplare, subito, per i due malviventi più che palesi, di Crans Montana, così come per i maranza che rivendicano la mattranza di coetanei o passanti a caso, sono stato definito un giustizialista ubriacone. Ma il garantismo (che è tutt'altra storia) dovrebbe essere per l'uomo, non l'uomo per il garantismo, e una società basata sullo scaricabarile, che pretende di salvarsi con la retorica delle formule non fa molta strada. In Svizzera si sente già tanfo di pastetta, di risarcimenti sommersi in modo da favorire una soluzione tipo Lodo Ferragni, e, quanto alle scuole, alle istituzioni, si impone il ribaltamento della decenza con gli accusandi che accusano loro, non si capisce bene chi e cosa, nella solita rappresentazione del piagnisteso chiassoso e ipocrita che serve a scampare le responsabilità.

Si è tollerato, perfino voluto il maranzato diffuso e adesso la sinistra complice pretende di addomesticarlo “con le parole inclusive” mentre la destra semplicemente se ne disinteressa. Le colpe sono comuni, risalgono alla magistratura, agli ispettori, ai sindacati, ai comunicatori, ai ministeri con le loro sanzioni di salvataggio, con le promesse menzognere a nascere. Ma alla fine Paolo si è ammazzato perché non reggeva più l'incubo quotidiano dei bulli che lo perseguitavano e Abu è stato ammazzato per la gelosia mediterranea di un maranza che se n'è vantato e che dai media islamici è stato trattato come un eroe. Perché questi atti criminali non sono fini a se stessi e non si esauriscono nel primato del malavitoso, servono anche a marcare un territorio, una supremazia fanatica.

Due vittime anzitutto dell'indifferenza, dell'omertà. Dell'isolamento che è la condizione peggiore, genera panico, suscita depressione e rassegnazione. L'individuo sente di non esistere più per nessuno, sa che non otterrà giustizia né tregua, sa che la sua situazione potrà solo peggiorare. E sentendosi già morto si elimina o si lascia eliminare. A qualcuno interessa? No, la Cgil scuola invita a non esagerare e se mai pagare di più gli insegnanti, da sinistra dicono di non criminalizzare i maranza, che gli servono, a destra invitano a non fare allarmismo e giocano sul provvidenzialismo fatalistico. Risultato, due giovani vite, miti, diverse, indifese a perdere che non interessano a nessuno, e non saranno le ultime.

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