14 Gennaio 2026
Foto @Polizia di Stato
Non c’è fatto ormai in cui le Forze di Polizia non siano sempre più poste sotto accusa per la loro dedizione di assicurare ai cittadini e allo Stato la tanto pretesa sicurezza, quando il malvivente che ha commesso un grave reato o il dimostrante rivoltoso subisca -in conseguenza di atti vandalici o, peggio ancora, di aggressioni agli stessi operatori di polizia- qualche danno fisico o perda la vita.
Si sono susseguiti negli ultimi anni numerosi gravi fatti che non possono non essere considerati come emblematici di una società e di uno Stato che soffre di una sorta di sindrome e di conflitto psicologico conseguente al regime del ventennio in cui lo Stato aveva sempre ragione e, di conseguenza, avevano sempre ragione anche i suoi servitori e, come contraltare, ora, nella Repubblica si deve prendere atto, invece, che sono i suoi servitori a dover rispondere del loro operato anche quando non vi sarebbe nulla da eccepire nei loro confronti, quasi fossero dei nostalgici del ventennio.
È dell’ultima ora il caso del Vicebrigadiere Emanuele Marroccella condannato in primo grado dalla Decima Sezione del Tribunale di Roma a tre anni di reclusione, che ha persino ritenuto di inasprire la pena meno elevata due anni e sei mesi chiesta dalla Procura, e che ha, inoltre, condannato il Carabiniere al pagamento immediato di una provvisionale di 125.000 euro per la quale il Carabiniere in questione dovrebbe lavorare sei anni solo per liquidare le parti civili, ovvero i parenti del pregiudicato deceduto, il siriano Jamal Badawi.
Tutto questo perché il Vicebrigadiere è stato ritenuto colpevole di “eccesso colposo nell'uso legittimo di armi” per aver difeso il suo collega, Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), sparando e uccidendo il delinquente siriano, che lo aveva aggredito con un'arma impropria, che poi si era rivelata essere un grosso cacciavite.
Per bloccare il malvivente e tutelare la vita del collega, il Vicebrigadiere aveva sparato due colpi di pistola, uno dei quali aveva ucciso Badawi, 56 anni, sul quale erano stati già emessi quattro fogli di espulsione, ma mai eseguiti.
Cosa avrebbe dovuto fare il carabiniere per vincere l’aggressione già compiuta verso il collega e poi per far desistere l’aggressore dalla conseguente e connessa resistenza già posta in atto per non farsi fermare e poi per non farsi arrestare?
La faccia feroce? Il famoso gesto del cerchio con il pollice e l’indice delle due mani, sinonimo in tutto il mondo che poi gli avrebbe fatto pagare il fio? Oppure lanciargli dei sassi o le proprie scarpe nella speranza di tramortirlo e poi di mettergli le manette?
Un fatto che sicuramente lascerà l’opinione pubblica più serena, oltre lo stesso Vicebrigadiere e la sua famiglia, è rappresentato dalla notizia odierna che la sottoscrizione lanciata dal quotidiano “La Verità”, ad oggi avrebbe raccolto più di 240.000 euro.
Questo dimostra che il popolo ha condannato lo Stato e che i cittadini sono stanchi di vivere nell’insicurezza e hanno accolto con gioia l’iniziativa del quotidiano “La Verità”, cui rivolgo un sentito grazie.
Se a questo fatto si aggiungono molti altri episodi tra i quali quello emblematico e di segno opposto, avvenuto nella Questura di Trieste il 4 ottobre 2019, dove il domenicano Alejandro Stephan Meran, dopo essere stato fermato per un furto di motorino, uccise i poliziotti Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, e fu poi giudicato non imputabile per vizio totale di mente a seguito della diagnosi di schizofrenia paranoide, senza alcuna rifusione di danni alle famiglie dei due poliziotti, proprio perché ritenuto incapace di intendere e di volere al momento dei fatti, ci si chiede se non ci sia qualcosa che strida con la logica e con la gravità del fatto.
Se poi la famiglia del poliziotto Demenego ha ritenuto di intraprendere un'azione legale contro il Ministero dell'Interno, sostenendo che lo Stato, come datore di lavoro, non poteva non essere responsabile di quanto accaduto e della morte del figlio, avvenuta in un luogo simbolo del suo lavoro istituzionale di Poliziotto, ed avvenuta, peraltro, con la pistola di un collega, come non essere comprensivi del dramma patito dalle famiglie di entrambi i poliziotti uccisi.
Come non ricordare, inoltre, quanto accaduto a Milano per il caso Ramy Elgaml, il 19enne egiziano morto il 24 novembre 2024 per lo schianto dello scooter su cui viaggiava, guidato dal connazionale Fares Bouzidi, che uscì fuori strada fra via Ripamonti e via Quaranta di Milano, dopo un lungo inseguimento dei Carabinieri, per non essersi fermato all’intimazione dell’alt ad un posto di controllo stradale, e che si è concluso con un tamponamento indotto dal cittadino egiziano Fares Bouzidi (amico alla guida dello scooter) a cui il Carabiniere alla guida dell’auto di servizio non si è potuto sottrarre, così da essere entrambi accusati di omicidio stradale.
Infatti i pubblici ministeri hanno contestato a Fares Bouzidi l'omicidio stradale per quella fuga pericolosa, senza patente, "con picchi di velocità superiori ai 120 km orari", anche in "contromano", sottolineando che all'altezza dell'incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta lo scooter aveva tentato di girare a sinistra, ma poi, a seguito di una "repentina ed improvvisa manovra a destra", era avvenuto l’impatto con l’autovettura dei Carabinieri.
Da lì "l'urto" tra il lato posteriore destro del motociclo con la "fascia anteriore del paraurti" della Giulietta dei militari.
A causa dell'urto, lo scooter era slittato e Ramy Elgaml era stato sbalzato "contro il palo" di un semaforo. Il ragazzo inoltre era stato conseguentemente investito dall’autovettura dei Carabinieri che si era schiantata in quella stessa direzione.
Al Carabiniere che guidava, dunque, i PM hanno contestato l'essersi tenuto sempre “a una distanza estremamente ravvicinata" allo scooter, senza essere riuscito, dunque, ad evitare l’urto con lo scooter nel momento in cui Fares Bouzidi aveva sterzato a destra, a causa della distanza "laterale" da affiancamento di circa 80 cm del mezzo militare che, a mio modesto avviso, non poteva che dipendere dal fatto che il Carabiniere alla guida aveva intuito che il fuggitivo avrebbe girato a sinistra e aveva iniziato a sterzare a sinistra, tanto da essersi poi ritrovato spiazzato dall’improvvisa sterzata a destra del ciclomotore.
Una manovra azzardata, ma sempre, a mio modesto giudizio, volta a far sbandare la gazzella e farla andare a cozzare contro quel palo dove poi è finito il trasportato e la gazzella dei Carabinieri nel tentativo di sfuggire in tal modo all’inseguimento.
E come non ricordare infine il Brigadiere dei Carabinieri Carlo Legrottaglie ucciso proditoriamente a colpi di arma da fuoco a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi dopo un inseguimento dell’auto in fuga con due fuggitivi, appena dopo che i malviventi, usciti con l’auto fuori strada, stavano abbandonandola e il Brigadiere si apprestava a soccorrerli.
Un Eroe deceduto per quella dedizione odiata da chi non ha onore, come scrissi nel mio articolo del 15 giugno 2025 di cui richiamo tre frasi:
"Buon viaggio Grande Eroe di un popolo che non Ti merita! Un proiettile sparato come roulette russa... E una frazione di secondo per decidere se sparare o meno... È stata fatale per Te.
Un proiettile che sarebbe costato un processo lungo se solo avessi sparato Tu per primo, se solo avesse sparato il CARABINIERE a scopo preventivo!
E invece è finito tutto cosi... Con un servitore dello Stato a terra... Solo e lontano da tutti, soprattutto dai suoi cari."
Qualsiasi parola non può descrivere il senso di impotenza evidente dello Stato che rende omaggio all’Eroe ormai tra i più, ma che non sa se lo Stato sarà in grado di fare veramente giustizia e rendere giustizia alla famiglia per la perdita di un figlio, di un marito, di un Padre esemplare.
Tutti i casi che ho richiamato sono l’emblema delle due facce della stessa medaglia la Giustizia nella prima e dall’altra la Sicurezza, che insieme rappresentano un’unica realtà: la nostra Repubblica.
La Giustizia esercitata dalla magistratura ed assicurata dietro una scrivania con tutto il tempo necessario, senza stress, senza incubi, senza ricevere insulti, senza subire alcuna violenza verbale o fisica, ovvero senza che i singoli magistrati si trovino mai di fronte al pericolo di dover affrontare l’ignoto di un inseguimento o di un controllo che può degenerare in conflitto a fuoco o a qualcosa di peggio, e la Sicurezza esercitata ed assicurata sul campo dai Poliziotti, dai Carabinieri, dai Finanzieri, dagli Agenti della Polizia Penitenziaria e da quelli della Polizia Locale che devono decidere cosa fare nei frangenti più inverosimili e pericolosi e in frazioni di secondo per assolvere al proprio compito di istituto, dimenticando la propria incolumità e la propria famiglia per assicurare le leggi dello Stato e con esse il primato dello Stato Repubblicano, non certamente fascista.
E allora come non pensare alle contraddizioni che emergono dai fatti appena citati in cui se l’operatore delle FFPP usa l’arma che ha in dotazione decidendo in frazioni di secondo se, e quando usarla e quale sia la parte del corpo (l’obiettivo) da colpire del malvivente, al fine di bloccarne l’azione criminale, poi debba rispondere di eccesso colposo in legittima difesa per averlo attinto mortalmente o di omicidio stradale come nel caso di un inseguimento ravvicinato da cui scaturisca una collisione.
Delle due l’una: gli agenti di polizia hanno o non hanno l’obbligo di intervenire nei casi in questione come in qualsivoglia altra circostanza in cui sia necessario svolgere i controlli necessari ad assicurare il primato dello Stato?
Se sì, allora è necessario stabilire se sia preminente la vita dei potenziali cittadini da controllare, che potenzialmente possono rivelarsi dei malviventi decisi a tutto o quella dei servitori dello Stato.
Nel primo caso, appare evidente che ogni agente dovrebbe essere dotato anche del Taser, poi di un Manganello estensibile e magari anche di una Frusta simile a quella dei film di Indiana Jones, lasciando l’uso della pistola d’ordinanza solo al caso conclamato di aggressione con armi da fuoco. Forse, il solo pensiero del pericolo di ricevere una frustata costituirebbe un deterrente più che sufficiente per riportare alla ragione tanti malviventi.
Quello che invece, appare evidente ed urgente è che il Parlamento dovrebbe mettere mano ad una revisione delle disposizioni degli articoli 51, 52, 53, 54 e 55 del codice penale, ovvero delle cause di giustificazione (o scriminanti), relative a quelle situazioni in cui un fatto, che normalmente sarebbe un reato, non è punibile perché la legge lo autorizza o lo impone. In particolare per quelle dell’articolo 52 nelle parti in cui è previsto che la difesa sia proporzionata all'offesa, quando il principio della legittima difesa dovrebbe implicare esclusivamente la condanna di chi è l’aggressore che si assume tutte le conseguenze della sua azione poiché chi si difende non deve effettuare riflessioni su quale mezzo di difesa gli consenta di agire secondo il principio della proporzionalità, poiché ogni secondo è prezioso per non diventare una vittima e soccombere all’aggressore e per quelle dell’articolo 55 “Eccelso colposo” per aver cagionato un evento più grave di quello che avrebbe potuto lecitamente cagionare, per effetto di un errore evitabile nella valutazione dei presupposti di fatto della situazione scriminante. Ovvero per effetto di un errore evitabile nell’uso dei mezzi di esecuzione.
Tutti principi di filosofia penale elaborati nel periodo fascista da Alfredo Rocco giurista, accademico e politico italiano (ricoprì la carica di Ministro della Giustizia dal 1925 al 1932), che è considerato l'architetto giuridico del regime fascista.
Fu lui il giurista che trasformò lo Stato liberale in Stato totalitario, scrivendo le cosiddette "Leggi Fascistissime", anche se, nonostante l'impronta autoritaria, fosse un tecnico di altissimo livello.
La struttura del codice penale che aveva creato era così solida e tecnicamente avanzata che, dopo la caduta del fascismo e del Regno d’Italia, la Repubblica ha scelto di mantenerla, "depurandola" dagli elementi giuridici più antidemocratici.
I motivi furono principalmente due, la perfezione tecnica delle definizioni giuridiche e la struttura logica che erano superiori a molti codici europei dell'epoca, e la depurazione compiuta dopo il 1945, dalla Corte Costituzionale e dal Parlamento che hanno eliminato le norme fasciste (come la pena di morte o i reati di opinione) e lo hanno adeguato ai principi della Costituzione.
Oggi, sebbene si parli da decenni di scrivere un "Nuovo Codice Penale" da zero (come è stato fatto per il Codice di Procedura Penale nel 1988), il Codice Rocco resta lo scheletro fondamentale del nostro sistema penale.
E, non si può non evidenziare che nel contesto sociale del ventennio, diverso completamente da quello attuale, ovvero quello fascista, quando la semplice presenza di un Poliziotto o di un Carabiniere incuteva riverente timore e rispetto e si aveva la certezza che ad una azione malavitosa e di aggressione sarebbe corrisposta una giusta punizione, oggi, invece, in un periodo di consolidata realtà Repubblicana, quegli stessi servitori sia dello Stato sia di tutti i cittadini, che dovrebbero suscitare maggiore rispetto, suscitano inspiegabilmente avversione, forse nella certezza della impunità in caso di aggressione nei loro confronti, proprio per lo Stato di Diritto rappresentato oggi, a maggior ragione, proprio dalla Repubblica, che consente giustamente, nella libertà delle opinioni, che ci sia anche una certa opinione pubblica che giustifichi gli aggressori.
Il fascismo è morto e sepolto per sempre, soprattutto nelle Forze di Polizia e la sicurezza non è l’emblema del fascismo, ma solo del normale svolgimento di tutte le attività sociali nel rispetto di regole liberali e democratiche ormai consolidate sotto l’egida di tutte le Istituzioni della Repubblica, prima di ogni altra, quella delle Forze di Polizia.
Di Gianfranco Petricca
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