02 Marzo 2026
Lo Stretto di Hormuz non è formalmente chiuso. Ma nei fatti è come se lo fosse a metà.
Gli attacchi alle petroliere, l’innalzamento del rischio assicurativo e l’escalation regionale stanno già producendo un effetto concreto: traffico ridotto, rotte deviate, navi ferme in attesa. Il mercato ha reagito immediatamente. Il prezzo del petrolio ha superato gli 80 dollari al barile e la volatilità è tornata ai livelli delle grandi crisi.
Hormuz rappresenta uno snodo cruciale per Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Iraq e soprattutto Qatar, tra i principali esportatori mondiali di Gnl. Proprio il gas naturale liquefatto qatariota è diventato centrale per l’Europa dopo il ridimensionamento delle forniture russe. Una quota significativa delle importazioni europee transita da quell’area.
Secondo le stime degli analisti, in caso di blocco prolungato o forti limitazioni ai transiti, il mercato potrebbe perdere temporaneamente oltre 10 milioni di barili al giorno, con effetti immediati sui prezzi e sulle aspettative. Per il gas, le implicazioni sarebbero altrettanto rilevanti, soprattutto in vista della stagione di riempimento degli stoccaggi in Europa.
Il ricordo del 2022 resta vivo. All’apice della crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, le quotazioni del gas in Europa avevano superato i 300 euro per Megawattora. Oggi i livelli sono molto più contenuti, ma la sensibilità del sistema a shock improvvisi rimane elevata.
Il Qatar, che rappresenta circa il 20% dell’offerta globale di Gnl, è un attore chiave in questo equilibrio. Se le spedizioni dovessero rallentare o essere deviate, i flussi verso Asia ed Europa subirebbero contrazioni temporanee, con possibili tensioni sui prezzi spot.
Anche senza una chiusura formale dello Stretto, la semplice percezione di rischio può incidere sul mercato. Le compagnie energetiche valutano costi assicurativi, sicurezza degli equipaggi, tempi di consegna. Ogni ritardo si traduce in incertezza sull’offerta.
Nel breve periodo molto dipenderà dall’evoluzione del quadro militare e diplomatico. Un rapido raffreddamento delle tensioni potrebbe riportare il traffico alla normalità e ridimensionare il premio al rischio. In caso contrario, la volatilità potrebbe accompagnare i mercati energetici per settimane.
Per l’Europa, la questione è particolarmente sensibile. La strategia di diversificazione adottata negli ultimi due anni ha ridotto la dipendenza dalla Russia, ma ha aumentato il peso delle forniture via mare, esposte a variabili geopolitiche.
Lo Stretto di Hormuz resta aperto. Ma il solo fatto che il traffico si stia riducendo dimostra quanto l’energia globale continui a dipendere da equilibri fragili. E quanto rapidamente le tensioni regionali possano trasformarsi in fattori di instabilità economica globale.
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