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Benedetto Croce

Francesca Nini Carbonini e il palpitare del colore

“Il colore fa quello che vuole, io devo essere pronta a seguirlo.” L’intervista all’artista de Il Giornale d’Italia

Di J. Muller

11 Ottobre 2021

La profondità non si vede solamente ma talvolta la si immagina, la si sente. Capiamo come il colore sia per  Francesca Nini Carbonini materia vivente e autonoma, mentre il blu oltremare dei dipinti della serie "Acqua" donati al Poliambulatorio di Lampedusa, rivelano la capacità penetrante di condurci in uno spazio interiore abissale e palpitante. 

L’ opera dell’artista è continuamente volta alla ricerca scrupolosa di ‘una quarta dimensione’, di uno spazio di significato che oltrepassa il comune sentire. Attraverso l’atto della ‘vandalizzazione’, termine coniato dalla pittrice, ella si affida ai sensi per superarli. Non un’azione brutale ma meditativa e trascinante che si fa rapimento, comunione e dialogo con la tela: schizzi rapidi di colore, pennellate decise che restituiscono il gesto, la profondità del pensiero, svelando il limite tra vita conscia e inconscia.

Attraverso le espressioni più alte del concetto di ‘laboratorio’ la Carbonini ci insegna “l’arte di guarire nell’arte";  la dimensione della cura, della riparazione, del dono e dell’armonia della bellezza: tutto questo è possibile cogliere nelle grandi tele che l’ospedale lampedusiano ospita, a conferma di quanto il legame tra arte e cura possa farsi potente.

Di dono, di cura e di bellezza abbiamo parlato con l’artista (che preferisce definirsi pittrice) partendo proprio da un luogo meraviglioso: Lampedusa.

Dalla serie ‘Acqua’ si evince il legame sentimentale con il mare e con l’isola di Lampedusa, vero luogo dell’anima. Cosa rappresenta per te l’isola siciliana e in che modo influenza la tua arte?

Lampedusa è un’isola che mi entrata davvero nel cuore. Ci vado da 23 anni. Ho viaggiato parecchio quando ero ragazza, ma quando ho messo piede sulla pista di atterraggio di Lampedusa ho avvertito di aver trovato il mio luogo di libertà. Lampedusa non necessariamente mi ispira in quanto isola, ma per il suo modus vivendi molto libero e selvaggio. Nella mia arte c’è sicuramente un’influenza nei colori ma il mio legame è proprio un legame d’amore: Lampedusa è il mio nido. Vivo a Milano ma sei mesi all’anno sono lì, anche in periodi nei quali l’isola è più disabitata. Il giornalista Arthur Burton Rascoe diceva ‘ mia moglie non capisce ma quando sono davanti alla finestra immobile a guardare in realtà sto lavorando’, ecco dovunque sono in realtà continuo a pensare ai miei progetti.

Per indicare una tecnica che utilizzi per realizzare le tue opere hai coniato il termine ‘vandalizzazione’. In cosa consiste?

Faccio fatica a volte a trasmettere il significato di questo termine, perché può sembrare qualcosa di negativo. In realtà è un momento mio di catarsi, di raggiungimento di una quarta dimensione del quadro dove faccio uscire dalla tela le emozioni che vedo e con le mie pennellate cerco di rifissarle su di essa. Gli ‘schizzi’ nell’arte sono sempre un po' ragionati all’inizio perché c’è il piacere e il senso estetico del colore che si mischia in un determinato modo, ma il bello della vandalizzazione, come è visibile nelle mie performance, è che il colore fa quello che vuole.  Io devo essere pronta a seguirlo.  Cerco un ulteriore spazio all’interno della tela, un ulteriore colore. 

La tua arte incontra il Poliambulatorio acquisendo un’utilità anche sociale. Come hai vissuto la collocazione delle tue opere in uno spazio così particolare, spesso anche limbo tra la vita e la morte?

Per me è un onore sapere che il Poliambulatorio ha dei miei quadri e che sono stati molto contenti di averli. Il concetto del limbo io non la percepisco molto, nel senso che la vedo solo come cura. Per questo è nata l' idea di donare le mie opere, perché non c’è cura senza dono.   

Il tuo è un esempio emblematico di come l’arte possa giocare un importante ruolo sociale. Dal tuo punto di vista, anche considerando il periodo difficile che abbiamo vissuto a causa della pandemia, quale deve essere il ruolo degli artisti oggi?

Penso che gli artisti giochino un ruolo davvero importante. Chiaramente non è facile perché ci esprimiamo con parole mute. Cèzanne dipingeva delle mele, delle banalissime mele; eppure tu le vedi ed è un’emozione unica, che ti fa vedere al di là della cosa in sé: un concentrato di interiorità, di spiritualità, di infinito. Secondo me il ruolo degli artisti è quello di riportare le persone a vedere la bellezza, il gusto dell’armonia. Vedo tante cose in giro che vengono espresse in maniera troppo violenta, quasi cattiva, esasperando cose che secondo me vengono comunicate in maniera sbagliata. Per me c’è troppo relativismo. Serve verità, non relativismo.

Ci puoi anticipare qualcosa dei tuoi progetti futuri?

Sicuramente sono molto impegnata nella creazione di una onlus con l’avvocato Giovanni Borgna che si intitolerà ‘Casa Dono’ e si occuperà di arteterapia. Mi sono infatti iscritta a un corso postlauream  per approfondire le tematiche legate alla cura e all’arte.  Il messaggio che vorrei mandare è contenuto in un Salmo  ‘Misericordia e verità si sono incontrate […]rettitudine e felicità debbono baciarsi”.   

Ho inoltre in progetto una personale con il mio gallerista Glauco Cavaciuti dove ci sarà un piccolo sconvolgimento della mia tecnica. Ci sarà poi un libro e una ripresa legata al Burning Man. 

 

 

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