Sabato, 16 Ottobre 2021

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Benedetto Croce

A Kathmandu l'universo in un guscio di noce

"Baba, non conosco bene tua religione, anche se ho letto e studiato, scusami se non sono precisa, però spero che la ruota del samsara ti conduca ad un essere migliore"

Di Jole Bertone

16 Settembre 2021

Chissà come come ti chiamavi, Baba. Chissà se sei stato un buon marito, un buon padre, una brava persona, Baba, vestito ormai solo di calendule arancioni, seta bianca e lacrime, adagiato su una portantina lungo la riva del fiume Bagmati che scorre sudicio e sacro sotto l'antico tempio di Pashupatinath, in un caldo e inquinato angolo di Kathmandu, strisciando lento verso il Gange.

Baba, ripete la fragile signora, anziana e piccina, che credo sia tua moglie, tra i singhiozzi che la percuotono avvolta nel suo newar color ocra, il volto segnato da rughe profonde e contratte, mentre scuote il capo nascosto fra le mani nodose.
Chissà se le persone della tua comunità ti rispettavano come uomo giusto, Baba, se ti si sono inumiditi gli occhi accompagnando una figlia a sposarsi, se hai avuto il tempo di far saltare un nipotino sulle ginocchia.

Me lo chiedo, Baba, mentre con pudore ti osservo dall'altro lato del fiume, la macchina fotografica penzoloni sulla spalla, in mezzo ai pellegrini diretti a pregare il Dio Shiva nel tempio che si erge proprio dietro di te, perché tra poco tornerai ad essere molecole di universo destinate a ricompattarsi in un altro essere, in un'altra vita. Me lo chiedo perché io non ti conosco, Baba, vengo da molto lontano e non mi tratterrò a lungo, è un caso che i mi trovi qui, adesso, mi imbarazza un po' che tu ti mostri anche a me nel tuo abito di calendule, oggi, quando ieri forse ti ho incrociato al tempio di Dakshinkhali o al mercato di Patan e non ti ho nemmeno visto.

Baba, non conosco bene tua religione, anche se ho letto e studiato, scusami se non sono precisa, però spero che la ruota del samsara ti conduca ad un essere migliore, ad una vita più saggia e illuminata, spero che la donna piccola e affranta che si batte i pugni contro le ginocchia, che non riesce nemmeno a venirti a salutare ancora un'ultima volta, lì, sul tuo letto di fiori e cenere, possa convincersi che tornerai ad esistere in un essere giusto e nobile, degno del tuo karma.

Baba, tutte quelle persone sono lì per te, impietrite e con il capo chino, sembrano formare un muro di sguardi lucidi che convergono sul tuo corpo. Ora un giovane viene verso di te e, calpestando lentamente il tuo giaciglio di fiori, compie tre giri attorno al tuo corpo, come se stesse contando alla rovescia. Si ferma all'altezza dei tuoi piedi, Baba, si china e li lava con delicatezza, per poi fermarsi accanto al tuo capo e, con un legno ardente, accendere la pira su cui giaci.

Baba, c'è fumo tutt'intorno, fumo nero e alto, e un odore pungente che impregna l'aria pesante di caldo e smog. Ci sono delle scimmie luride a contendersi il pattume che si ammucchia sul greto del fiume, turisti rossicci e accaldati che si sporgono dal ponte sopra di te bevendo da bottigliette di plastica. Io non ti conosco, Baba, non so nemmeno come ti chiami o se sei stato un uomo degno, stavo soltanto attraversando il fiume per andare a sbirciare dentro il tempio, Baba, eppure adesso sento il naso che mi pizzica e la vista che un poco si offusca mentre osservo il fuoco che lentamente si anima sotto i legni e cresce con la paglia che piano piano viene ad esso data in pasto.

Baba, nel giro di qualche ora tornerai acqua, terra, aria e cielo, è tempo di lasciarti andare, anche la tua vedova sembra aver smesso di singhiozzare, tuo figlio è tornato in mezzo alle altre persone, come per cercare comprensibilmente conforto negli affettuosi e composti gesti che riceve.

Baba, scusami se non riesco a distogliere lo sguardo dalle fiamme che salgono, c'è qualcosa di magnetico in questo rito, dalle mie parti non funziona così, Baba, la morte, come tutte le altre cose della vita, è una faccenda che riguarda solo coloro che ne sono coinvolti o toccati, tutti gli altri possono continuare a farsi gli affari propri, fino a che non è il loro turno. Non è come qui, Baba, dove siete capaci di rotolarvi nella gioia come nella sofferenza, di mischiare tutto e il suo contrario, di lasciarvi penetrare dai misteri della vita e della morte senza respingerli o negarli, di esporre quello che noi nascondiamo, di trovare il divino dove noi vediamo l'immondo.

Non saprò mai nulla di te, Baba, né tu di me, o almeno non in un modo che a me possa risultare comprensibile. Eppure piango, Baba, perché in prossimità della morte, della tua morte, mi pare di avvertire la più vitale sensibilità profonda di ogni mia cellula e, per un istante, di poter risolvere ogni contraddizione, in un contesto in cui ogni cosa si fonde con il proprio contrario, la pubblicità della cerimonia con l'intimità del dolore, la purezza dei gesti con la sozzeria del fiume, il bianco del sudario con nero della cenere, tutto che si tiene insieme come a rappresentare la totalità dell'esistenza.

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