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Gaza, cellulari tra cui iPhone 17 venduti a oltre 5mila shekel ($1500) a Khan Younis, palestinesi: “Unica via per avere verità dal mondo” - VIDEO

Nel negozio Tabia di Khan Younis, ricostruito come una tenda dopo la distruzione dei precedenti locali, si vendono modelli economici Xiaomi accanto all’iPhone 17 Pro, venduti a oltre $1500. “Al momento c’è un’alta domanda di dispositivi, primo perché ci sono gli studenti delle scuole superiori, e secondo perché l’istruzione a Gaza è diventata elettronica”, spiega il proprietario Monzer Abou Hamad

29 Dicembre 2025

A Gaza, durante il genocidio, mentre cibo e medicine restano scarsi, telefoni cellulari di ultima generazione – compreso l’iPhone 17 – vengono venduti a oltre 5000 shekel, circa 1500 $. Nei mercati improvvisati di Khan Younis, palestinesi sfollati e senza lavoro assistono a un paradosso che esaspera operatori umanitari e popolazione civile. Eppure, per molti, il cellulare resta indispensabile: “Il telefono cellulare è l’unico dispositivo che trasmette la verità al mondo, ed è quindi un faro essenziale”.

Gaza, cellulari tra cui iPhone 17 venduti a oltre 5mila shekel ($1500) a Khan Younis, palestinesi: “Unica via per avere verità dal mondo”

Sul ciglio di una strada polverosa di Gaza, decine di uomini, per lo più giovani, si affollano contro il bancone di una vetrina improvvisata. Sotto un tetto di tela, le teche in acrilico sono piene di scatole di smartphone di fascia alta e alcuni palestinesi, molti dei quali sfollati dalle loro case distrutte dai bombardamenti, malnutriti, malati e senza lavoro in un’economia al collasso, a cui viene venduto il nuovissimo iPhone 17 Pro. Anche i telefoni più economici sono stati venduti fino a 5000 shekel — circa 1500 dollari — secondo i clienti di Gaza, dove i prezzi sono saliti fino a 10 volte quelli di altri Paesi.

Il fatto che questi beni di lusso siano disponibili mentre spesso cibo o medicine restano scarsi esaspera operatori umanitari e popolazione civile. Secondo diversi esperti, i controlli israeliani alle frontiere rendono spesso più semplice l’ingresso di merci commerciali rispetto agli aiuti umanitari. E questo nonostante il fragile cessate il fuoco tra Israele e Hamas abbia aumentato il flusso di beni: le Nazioni Unite continuano a denunciare forti restrizioni sugli articoli essenziali.

Non possiamo nemmeno permetterci il cibocome dovremmo permetterci i telefoni?” ha chiesto Samir Kamal Awad Abou Dakaa, 52 anni, ex operaio edile con una moglie e 5 figli da sfamare. La sua famiglia vive in un accampamento di tende a Khan Younis, dove i bambini seguono lezioni improvvisate e mangiano riso nelle mense comunitarie. La sua vita, dice, è “oltre ogni difficoltà”.

Eppure questo contrasto non è nuovo per Gaza. Lo spiega Mona Jebril, ricercatrice dell’Università di Cambridge: “Prima della guerra e durante l’assedio c’erano telefoni cellulari e auto costose. Ma con le ulteriori restrizioni alle frontiere, la devastazione massiccia e la catastrofe umanitaria, questo paradosso emerge ancora di più”.

La crisi resta drammatica. Quasi l’intera popolazione di circa 2 milioni di persone è stata sfollata, l’80% degli edifici è stato distrutto o danneggiato e solo nel mese di ottobre 9.000 bambini sono stati ricoverati per malnutrizione, secondo l’ONU. Durante il primo mese di tregua sono entrati circa 65.000 pallet di aiuti, il doppio rispetto al periodo precedente, ma attrezzature fondamentali continuano a essere “sistematicamente respinte dalle autorità israeliane”, denuncia l’OCHA. Altri beni, come attrezzature mediche, pacchi alimentari e illuminazione solare, restano “bloccati su larga scala”.

I numeri confermano il problema: Israele aveva accettato l’ingresso di 600 camion di aiuti al giorno, ma la media reale è stata di 459. Il COGAT israeliano ha ribadito di essere “pienamente impegnato a rispettare il proprio obbligo di facilitare l’ingresso dei camion di aiuti umanitari”, respingendo anche le accuse dell’UNICEF secondo cui verrebbero limitati biberon e siringhe, definite “del tutto infondate”.

Critiche dure arrivano però dall’UNRWA. Il direttore ad interim per Gaza, Sam Rose, parla apertamente di doppio standard: beni commerciali come telefoni, monopattini elettrici e cibo spazzatura entrano più facilmente rispetto agli aiuti umanitari. Rose denuncia una “marea di spazzatura” “disponibile sul mercato”, mentre spedire beni freschi resta “molto più difficile, costoso e rischioso”.

Nonostante tutto, il telefono resta centrale nella vita quotidiana. “Gaza funziona solo con il 2G”, ricorda Jebril, sottolineando che Israele non consente l’accesso alle reti 3G, 4G o 5G. “Anche così, un telefono cellulare è più importante che mai a Gaza”, indispensabile per studiare, comunicare in emergenza e mantenere i contatti familiari.

Esiste anche un piccolo ma redditizio mercato rivolto a quella minoranza che ha ancora accesso al contante. È la prima volta in due anni che i telefoni entrano ufficialmente a Gaza, spiega Tania Hary di Gisha: “C’è quindi entusiasmo intorno a questo, e una maggiore domanda di telefoni e anche di accessori”. Anche qui, come altrove, lo status symbol gioca il suo ruolo.

Nel negozio Tabia di Khan Younis, ricostruito come una tenda dopo la distruzione dei precedenti locali, si vendono modelli economici Xiaomi accanto all’iPhone 17 Pro. I prezzi, gonfiati in passato dalla guerra e dal caos logistico, si sono parzialmente stabilizzati. “Al momento c’è un’alta domanda di dispositivi, primo perché ci sono gli studenti delle scuole superiori, e secondo perché l’istruzione a Gaza è diventata elettronica”, spiega il proprietario Monzer Abou Hamad.

Secondo l’economista israeliano Eran Yashiv, telefoni piccoli e redditizi sono più facili da importare rispetto a beni essenziali come latte artificiale o materiali da costruzione. Il risultato è “un’economia distorta in cui i beni di lusso possono comparire nei negozi mentre le forniture essenziali restano bloccate”.

In una Gaza martoriata dai bombardamenti, lo schermo resta spesso l’unica finestra sul mondo. “Il telefono cellulare è l’unico dispositivo che trasmette la verità al mondo, ed è quindi un faro essenziale”, afferma l’economista Farid Kabalan. Lo conferma Mohaned Ahmed Abdel Khafour, 20 anni: “Uso il telefono per leggere, lavorare e per tutto. Tutto richiede un telefono”. Il suo vecchio dispositivo è stato distrutto dalla guerra, “così ho dovuto comprarne uno”.

Resta però anche la diffidenza. Alcuni palestinesi ricordano le esplosioni dei cercapersone in Libano nel 2024, attribuite a un’operazione di intelligence israeliana. “Dopo quello che è successo con i cercapersone, personalmente non mi avvicinerei nemmeno a quei telefoni”, conclude Hary.

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