07 Marzo 2026
Fonte: Limes
Lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso. La compagnia danese Maersk, il più grande operatore mondiale di trasporto container, ha annunciato la sospensione del passaggio delle proprie navi attraverso lo stretto “fino a nuovo avviso”. La motivazione ufficiale è la sicurezza: equipaggi, carichi e navigazione non possono essere garantiti. La stessa decisione è stata presa dalle compagnie giapponesi NYK Line e Mitsubishi O.S.K. Lines. Quando i giganti dello shipping fermano le rotte, significa che il sistema commerciale globale è entrato in una fase di instabilità reale. Lo Stretto di Hormuz non è infatti un passaggio marittimo come gli altri. È il principale collo di bottiglia energetico del pianeta.
Attraverso queste poche decine di chilometri transitano le esportazioni petrolifere di Iran, Iraq e Kuwait — rispettivamente quinto, quarto e nono produttore mondiale — ma soprattutto circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, in gran parte proveniente dal Qatar.
Per l’Italia il dato è particolarmente significativo: il Qatar è oggi il secondo fornitore di GNL. Quando Hormuz si ferma, non si ferma soltanto il Medio Oriente. Si ferma una parte rilevante dell’economia globale.
Nella narrazione mediatica occidentale la crisi viene presentata come una semplice escalation militare tra Israele, Stati Uniti e Iran. Ma questa interpretazione ignora la dimensione fondamentale del problema: gli effetti economici e strategici del blocco dello stretto. Dal punto di vista della strategia globale, la paralisi di Hormuz produce un risultato molto preciso: colpisce simultaneamente le due principali economie rivali degli Stati Uniti, Cina ed Europa. A prima vista può sembrare paradossale ipotizzare che Washington possa tollerare — se non addirittura considerare utile — il blocco di una delle principali arterie energetiche mondiali.
Ma la geopolitica raramente segue le logiche intuitive dell’opinione pubblica.
Come osservava l’economista Joseph Stiglitz “l’energia è il sistema circolatorio dell’economia moderna”. Interrompere il flusso energetico significa indebolire direttamente la capacità produttiva di un sistema economico. Ed è esattamente ciò che accadrebbe con una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz.
Tra le grandi economie mondiali, la più esposta è senza dubbio l’Europa.
Prima della guerra in Ucraina il sistema industriale europeo si basava su un equilibrio relativamente stabile: energia russa a basso costo e alta integrazione industriale. Questo equilibrio è stato spezzato con il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream e con il regime di sanzioni adottato dall’Unione Europea contro Mosca.
L’Europa ha quindi dovuto sostituire le forniture russe rivolgendosi a due fonti principali: Stati Uniti e Medio Oriente. Oggi circa il 18% del petrolio e il 15% del GNL consumati in Europa transitano proprio attraverso lo Stretto di Hormuz.
Un blocco prolungato dello stretto produrrebbe quindi un doppio effetto: riduzione delle forniture e aumento vertiginoso dei prezzi. In altre parole, un colpo diretto alla competitività dell’industria europea. Come ricordava John Maynard Keynes, “gli uomini pratici che si credono liberi da ogni influenza intellettuale sono di solito schiavi di qualche economista defunto”.
In questo caso il problema dell’Europa sembra essere esattamente l’opposto: non essere schiava di economisti, ma di decisioni geopolitiche prese altrove.
Anche la Cina subirebbe conseguenze rilevanti.
Circa il 50% del petrolio e il 12% del GNL utilizzati dall’economia cinese passano attraverso lo Stretto di Hormuz. Tuttavia Pechino dispone di alcune valvole di sicurezza strategiche: le forniture energetiche russe, i corridoi terrestri eurasiatici e una rete di accordi energetici a lungo termine con diversi paesi produttori.
L’Europa invece ha progressivamente ridotto tutte le proprie alternative.
Per questo motivo, in caso di blocco prolungato dello stretto, sarebbe l’economia europea a pagare il prezzo più alto.
Le conseguenze economiche potrebbero essere estremamente pesanti.
Secondo le stime di Goldman Sachs, un mese di chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe far aumentare i prezzi del petrolio fino al 125%. Uno shock di questa portata colpirebbe simultaneamente inflazione, produzione industriale e commercio globale. Le prime crepe stanno già emergendo.
Il responsabile della società logistica Kühne+Nagel, Stefan Paul, ha dichiarato che “le scorte di cibo fresco a Dubai potrebbero esaurirsi nel giro di dieci giorni”.
Le difficoltà logistiche derivano dalla chiusura di alcuni porti del Golfo e dalle restrizioni ai voli intercontinentali. Tra gli scali coinvolti figura anche quello di Dubai. In un sistema economico globalizzato, il blocco di una sola rotta marittima può produrre effetti a catena su interi settori produttivi.
Il blocco di Hormuz non riguarda soltanto il Medio Oriente. Riguarda il riassetto degli equilibri energetici mondiali. Se la chiusura dello stretto dovesse protrarsi nel tempo, l’Europa si troverebbe in una situazione estremamente semplice da descrivere e molto difficile da gestire: senza energia russa, senza energia mediorientale e con un’unica alternativa rimasta. Gli Stati Uniti. Come scriveva lo storico Fernand Braudel, “la potenza nasce dal controllo delle rotte”.
Da questo punto di vista la crisi di Hormuz potrebbe produrre un risultato geopolitico estremamente chiaro: trasformare definitivamente la dipendenza energetica europea in una dipendenza strutturale dagli Stati Uniti.
E a quel punto la vera domanda non sarà più chi ha provocato la crisi.
La vera domanda sarà un’altra. Se qualcuno in Europa abbia davvero provato a evitarla.
Di Marco Pozzi
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