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Andrea Campioli (Politecnico di Milano):"Per l' architettura e l'ambiente costruito siamo 7° a livello mondiale e 5°a livello europeo"

Andrea Campioli, Preside della Scuola di Architettura Urbanistica e Ingegneria delle Costruzioni, del Politecnico di Milano, è stato intervistato da Il Giornale d'Italia riguardo al ruolo del Politecnico e al futuro delle metropoli

02 Febbraio 2026

Andrea Campioli, Preside della Scuola di Architettura Urbanistica e Ingegneria delle Costruzioni del Politecnico di Milano, è stato intervistato da Il Giornale d'Italia riguardo al ruolo del Politecnico e al futuro delle metropoli.

Quali sono gli aspetti che hanno portato il Politecnico, secondo lei, ad essere la prima delle università italiane ad entrare nella lista delle 100 migliori università?

Le ragioni sono tante. Sicuramente la qualità della didattica che eroghiamo, una scuola di tradizione, una scuola che punta sulla cultura politecnica come tentativo di mettere a sistema aspetti tecnico-scientifici con aspetti umanistici. Poi per come sono fatti i ranking, un grande peso è dato dalla reputazione che viene espressa dal mondo del lavoro, quindi il ranking nostro è alto perché abbiamo una reputazione molto elevata dalle aziende, dagli studi professionali che assumono i nostri studenti.

Abbiamo un'altra parte del punteggio che è costituita dalla reputazione del corpo accademico, quindi la reputazione che il Politecnico ha presso gli altri Atenei a livello internazionale. La nostra scuola, l'ambito architettura, ha una lunghissima tradizione di scambi internazionali. La nostra componente studentesca ha una percentuale intorno al 30% di studenti internazionali, una percentuale che non si è costruita in pochi anni, ma deriva da un lunghissimo percorso di rapporti con altri contesti, quindi abbiamo sempre avuto molti studenti internazionali, tanto che in questo momento il 32% dei nostri studenti ha un passaporto extra italiano, un passaporto straniero.

Quindi questi sono tutti gli elementi, abbiamo livelli molto alti per quanto riguarda le pubblicazioni che proponiamo, quindi tutti questi elementi messi insieme sono quelli che ci hanno consentito di essere classificati in una posizione molto alta nel ranking internazionale, che è un ranking per quanto riguarda la scuola di architettura, che è un ranking QS per subjects, quindi per l'area architettura, ambiente costruito, dove siamo settimi nel mondo e quinti a livello europeo. 

Qual è la situazione urbanistica di Milano?

Penso che Milano sia una città al centro di processi di trasformazione e adeguamento consistenti che la pongono tra le grandi città europee, quindi dal punto di vista urbanistico ci sono in corso processi di trasformazioni consistenti, radicali che devono muoversi all'interno di un contesto normativo, che qualche volta è contraddistinto da una certa ambiguità e con la criticità che i processi di trasformazione oggi sono chiamati e si muovono all'interno di logiche molto puntuali che in qualche modo sostituiscono una programmazione di grande respiro, una pianificazione di visione che darebbe maggior coerenza a tutti gli interventi che vengono realizzati. Ecco, credo che questo fermento che caratterizza la città di Milano, potrebbe giovarsi di una maggiore attenzione rispetto a questi due temi, l'ambiguità normativa e, dall'altro lato, il tentativo di ricollocare tutti gli interventi all'interno di una visione di pianificazione più estesa.

Quali sono i problemi e le difficoltà che una metropoli come Milano dovrà affrontare nel futuro?

I problemi credo siano tanti. Il problema fondamentale credo sia il tema dell'inclusione, il problema di riuscire a costruire una città che sia davvero per tutti, i processi di trasformazione guidati dalle logiche economiche alcune volte trascurano questo aspetto e credo che invece rimanga un aspetto centrale per la salute di una città. Una città non può essere riservata soltanto ad alcune persone, la città deve essere veramente una città per tutti. Quindi questa sarà la grande sfida nei prossimi anni per Milano, come per tutte le grandi città.

Come cambierà il nostro modo di abitare lo spazio del futuro?

Non è una domanda facile. Credo che dovremmo in qualche modo fare i conti con la capacità di progettare e costruire spazi in grado di adattarsi a situazioni e a richieste che cambieranno e cambieranno probabilmente sempre più rapidamente nel tempo. Viviamo in un'epoca caratterizzata da diversi livelli di incertezza di tutti i tipi e quindi è importante che gli spazi siano in grado di adattarsi, modificarsi alle abitudini e agli usi ai quali saranno destinati, che nel tempo cambieranno, cambieranno sempre più rapidamente e cambieranno probabilmente anche molto radicalmente.

Qual è il ruolo del Politecnico di Milano in questo scenario, di formare gli studenti?

Come tutte le scuole, il Politecnico di Milano ha una grande responsabilità che è quella di formare, quindi costruire le competenze, ma anche educare, quindi costruire consapevolezza negli studenti rispetto alla grande responsabilità che hanno, soprattutto nel nostro ambito, che è l'ambito dell'architettura, la responsabilità di progettare spazi che siano in grado di rispondere effettivamente alle esigenze di chi abita, costituisce un elemento di grande delicatezza dal punto di vista formativo. Il Politecnico di Milano e in particolare la scuola di cui io sono temporaneamente preside, che è la Scuola di Architettura, Urbanistica e Ingegneria delle Costruzioni, ha lavorato molto in questi anni cercando di aggiornare i profili formativi, l'offerta formativa e i profili professionali che traguardiamo rispetto a un mondo esterno che cambia, cambia rapidamente, come dicevo prima.

Vedo che gli studenti sono molto appassionati, il tema centrale rispetto al quale siamo chiamati ad aggiornarci è quello di intercettare tutte quelle tematiche che riguardano la sostenibilità dei processi di trasformazione nell'ambiente costruito, sostenibilità declinata sui tre pilastri fondamentali che sono sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e sostenibilità sociale. Ecco, il Politecnico di Milano proprio in regione della sua cultura politecnica cerca di offrire agli studenti un'esperienza che in qualche modo riesca a intrecciare la dimensione tecnico-scientifica con la dimensione umanistica, tentando proprio di fare in modo che la formazione possa essere orientata a costruire competenze, professionalità e sensibilità che consentano poi di intercettare quelle che sono le esigenze di chi abiterà gli spazi che vengono progettati.

Viste le recenti vicende in Svizzera, quanto è diventato importante il tema della sicurezza?

Il tema della sicurezza è un tema che è sempre stato importante, centrale e fondamentale nella progettazione e nella costruzione dello spazio.

La sicurezza è condizione necessaria, ancorché non sufficiente. Quando si progetta uno spazio la prima preoccupazione deve essere quella di costruire spazi, di progettare e costruire spazi che consentano alle persone di abitare e trascorrere il tempo in situazioni che non mettano a repentaglio la propria salute. Dopodiché vengono le questioni legate al benessere, alla qualità degli spazi, ma la sicurezza sicuramente è un elemento fondamentale.

Credo che dal punto di vista normativo il tema della sicurezza sia già stato affrontato in modo adeguato. Credo che il punto debole e il punto fragile, come sempre, nell'applicazione di tutte le normative, sia poi quello del controllo. Ci può essere la normativa più raffinata di questo mondo, se poi non si attuano strategie di monitoraggio e controllo, il rischio che le norme siano poi disattese diventa grande e di conseguenza la sicurezza viene meno.

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