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Benedetto Croce

Simona Bartolena al Giornale d'Italia racconta 'Paesaggi Possibili'

Palazzo delle Paure e Villa Manzoni a Lecco ospitano la mostra 'Paesaggi possibili' dal 17 Luglio-21 Novembre 2021

17 Luglio 2021

La mostra Paesaggi Possibili presentata dal Sindaco Mauro Gattinoni e patrocinata dal Comune con la collaborazione di ViDi, è curata dalla critica d’arte Simona Bartolena e raccoglie una nutrita selezione di opere anche inedite provenienti da collezioni private. 

Spiega la curatrice al Giornale d'Italia: “Sebbene il paesaggio sia un tema iconografico oggi assai diffuso nelle arti visive, la sua autonomia come genere pittorico autonomo è molto recente. Solo nel XIX secolo infatti gli viene riconosciuto un ruolo dedicato: non più paysage historique, non più scenografia per racconti mitologici, religiosi o storici, ma tema a se stante, momento di osservazione del vero dal vero, occasione di sperimentazione tecnica ed espressione poetica. Dalla natura sublime della generazione romantica agli scorci dal vero dei pittori di Barbizon e dei loro numerosi eredi, l’Ottocento è, in tutta Europa, il secolo in cui il Paesaggio trova se stesso, trasformandosi progressivamente da scenografia per narrazioni bibliche storiche e letterarie a luogo del vero, a luogo dell’anima, da spazio collettivo a spazio mentale.”

Continua il racconto Simona Bartolena: “Tranne eccezioni, Il paesaggio è stato sempre visto come scena in cui ambientare narrazioni, è solo nell’ottocento che acquista una propria autonomia e diventa genere, apprezzato prima dal pubblico e poi dall’ufficialità dell’accademia e dalle istituzioni.

Figlio dell’epoca moderna, è il paesaggio a condurre l’arte verso l’astrattismo, verso la dissoluzione del soggetto, un percorso che porta a Kandinskij, Malevic e poi a Pollock e all’informale; è come se si perdesse l’iconografia figurativa e si approdasse attraverso l’astrattismo e poi all’informale, a un concetto ben diverso dalla figurazione.

Il paesaggio costituisce un passaggio essenziale per la pittura moderna e questa mostra mi ha dato l’occasione per tirare le fila di questo discorso. Per fare questo ho iniziato il percorso dal romanticismo in quanto il paesaggio neoclassico è più impostato, più accademico, mentre con il romanticismo si cerca di uscire da questo legame.

Iniziamo la rassegna con artisti come d’Azeglio, Canella, che si muovono in maniera più ambigua tra la tradizione romantica a quella più di ricerca, poi si passa ai grandi maestri del vero, con una sosta su due esempi straordinari come Fontanesi e il Piccio, due outsider del pensiero, dotati di una capacità particolare di affrontare il tema. Ci si addentra poi tra i dipinti di quegli artisti che hanno fatto del tema del vero, della pittura en plein air, la loro ricerca, dai Macchiaioli a tutte le scuole regionali della seconda metà del secolo, che hanno aperto le finestre per rubare il reale e collocarlo nelle loro tele, con sincerità di visione, in maniera oggettiva. Questo percorso ci porta poi alle interpretazioni che vedono il vero ma che non corrispondono a ciò che l’occhio vede, vanno oltre, con un cambio di passo che segna un approccio profondamente diverso al paesaggio che diventa idea, diventa quello che i romantici avevano intuito ma che almeno in Italia non avevano saputo portare a conclusione. Si passa alla generazione del simbolismo e del divisionismo che apre le porte alle avanguardie, testimoniato dalle opere di Giacomo Balla, di Russolo, di quegli autori che si possono annoverare tra gli artisti d’ avanguardia.

L’ultima sala della mostra è particolarmente importante perché il paesaggio entra nel novecento con anime molto diverse tra loro, con artisti novecentisti che riportano a un ritorno all’ordine, a una figurazione più classica ispirata a Césanne ma anche devota alla tradizione italiana del paesaggio rinascimentale, che si evolve poi con dipinti più visionari come il realismo magico di Cagnaccio o l’impeto poetico di de Pisis.

Queste varie personalità della prima metà del secolo ci conducono idealmente verso l’informale con lo smarrimento del soggetto, che si dirige in un'altra direzione, con il lecchese Morlotti presente qui e a Villa Manzoni, ma anche con un quadro di Meloni, un paesaggio surreale di Gianni Dova, che ci colpisce con la sua potenza aggressiva. La mostra si conclude simbolicamente con un Lucio Fontana scelto accuratamente, non un taglio o un concetto spaziale che ci avrebbe portati troppo oltre, ma un quadro della fine degli anni ’40, un ibrido, dipinto in un momento in cui Fontana sta passando al concetto spaziale ma non è ancora approdato lì. S’intitola Concetto Spaziale, è una carta molto particolare che ci fa capire come lo sguardo sul paesaggio sia diventato un concetto e che quindi abbia abbandonato quel linguaggio che aveva caratterizzato il secolo precedente.”

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