07 Gennaio 2026
Iniezione siero vaccino Covid, fonte: imagoeconomica
La Corte Costituzionale ha confermato la legittimità dell’obbligo vaccinale per gli over 50 e del Green Pass nei luoghi di lavoro, stabilendo che chi rifiuta il vaccino o il tampone può restare senza stipendio e senza assegno alimentare. La sentenza n. 199/2025 chiarisce che, in pandemia, la tutela della salute collettiva può prevalere sul diritto al lavoro, una decisione che, pur formalmente giustificata, lascia aperto il dibattito sui limiti delle restrizioni individuali.
Con la sentenza n. 199 del 2025, la Consulta ha fissato un orientamento chiaro sul delicato equilibrio tra libertà individuali e tutela della salute pubblica. Secondo la Corte, le norme emergenziali che imponevano l’obbligo vaccinale agli over 50 e il possesso del Green Pass per accedere al lavoro sono costituzionalmente valide, perché il diritto al lavoro non può prevaricare la sicurezza sanitaria collettiva.
Tuttavia la salute pubblica sembra essere stata aggravata proprio dalla decisione stessa dello Stato di imporre un obbligo vaccinale sulla popolazione italiana. Una decisione controversa che riporta al centro dell’attenzione il tema dei vaccini Covid e degli effetti avversi conseguenti alle inoculazioni. Sono innumerevoli i casi di morte improvvisa che colpiscono persone relativamente giovani e talvolta senza una causa immediatamente definita. In molti casi segnalati, a colpire le vittime sono eventi trombotici, miocarditi e pericarditi, disturbi neurologici, reazioni immunitarie gravi e complicanze oculari. Secondo la narrazione ufficiale questi casi di morte non presentano una spiegazione chiara e ciò rafforza la necessità di ulteriori approfondimenti, proprio in relazione al periodo dell’obbligo vaccinale.
Il caso all’origine della pronuncia riguarda due dipendenti pubbliche siciliane, sospese dallo stipendio per non aver rispettato tali obblighi. La Consulta ha respinto le eccezioni sul presunto contrasto con articoli costituzionali sul diritto alla retribuzione, alla dignità e all’eguaglianza, sostenendo che le misure erano "coerenti" con le conoscenze scientifiche disponibili e giustificate dalle condizioni epidemiologiche dell’epoca.
Tuttavia, si ricorda che sono molteplici le class action contro case farmaceutiche come Pfizer, colpevoli di non aver seguito la prassi e i normali tempi di sperimentazione prima della commercializzazione di vaccini Covid non conformi alle norme.
La sentenza asserisce che l’obbligo vaccinale per gli over 50 non costituisce discriminazione, ma è un criterio mirato a proteggere chi era più a rischio di complicazioni gravi da Covid-19. Allo stesso modo, l’obbligo di sottoporsi a tampone ogni 48 ore per ottenere il Green Pass base non lederebbe la dignità personale, poiché i disagi associati al test non supererebbero l’interesse collettivo a contenere il virus. Sul fronte della retribuzione, la Corte sottolinea che chi non ottiene il Green Pass non può rendere la prestazione lavorativa in sicurezza, e quindi perde anche il diritto al compenso. La negazione dell’assegno alimentare segue la stessa logica.
La sentenza apre interrogativi sul confine tra interesse pubblico e diritti individuali. Imporre l’accesso al lavoro subordinato al rispetto di obblighi sanitari così incisivi può essere percepito come una compressione significativa della libertà personale, e solleva dubbi su come bilanciare la tutela della salute con i diritti fondamentali dei lavoratori.
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