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Neuroscienze e meditazione

Dalla memoria del dolore alla gioia del presente: perché il cervello ricorda il negativo e come la meditazione Sahaja Yoga libera dal peso del passato

Neuroscienze, esperienza spirituale e risveglio della Kundalini: quando il passato smette di condizionare la memoria e il presente diventa uno stato stabile di benessere

07 Gennaio 2026

Dalla memoria del dolore alla gioia del presente: perché il cervello ricorda il negativo e come la meditazione Sahaja Yoga libera dal peso del passato

C’è un’esperienza che accomuna quasi tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla storia personale o dal contesto culturale rappresentata dalla circostanza che il dolore tende a restare, la gioia a passare. Un’offesa, una critica, una perdita continuano a riaffiorare nella memoria anche dopo molti anni, mentre momenti felici, stati di armonia o esperienze di pienezza sembrano dissolversi con sorprendente rapidità.

La psicologia contemporanea ha dato un nome a questo fenomeno: bias della negatività. Si tratta della tendenza della mente umana a dare maggiore peso, attenzione e durata ai vissuti negativi rispetto a quelli positivi. Non è una debolezza caratteriale né una forma di pessimismo: è il risultato di un meccanismo evolutivo. Come osservava lo psicologo Roy Baumeister, “bad is stronger than good”. Il cervello umano non nasce per renderci felici, ma per proteggerci.

La memoria come sistema di sopravvivenza

Dal punto di vista neuroscientifico, le esperienze emotivamente dolorose attivano in modo particolarmente intenso l’amigdala, la struttura cerebrale deputata alla valutazione del pericolo. Questa attivazione rafforza il consolidamento dei ricordi nell’ippocampo, rendendo il vissuto negativo più accessibile e persistente nel tempo.

Ciò che ricordiamo di più, dunque, non è ciò che è accaduto più spesso, ma ciò che il cervello considera più rilevante per evitare una minaccia futura. Il problema è che questo meccanismo, utile alla sopravvivenza, pregiudica la qualità della vita interiore in quanto il passato considerato negativo tende a rimanere “attivo”, a riproporsi in modo virtuale ed immaginario tanto da  creare un una paura costante ed un senso di allarme costante nella psiche umana la quale rivive costantemente il passato negativo.

Assecondando questa modalità operativa primordiale, l’identità stessa di ogni individuo rischia così di strutturarsi intorno a ferite, errori e fallimenti i quali inevitabilmente impediscono di vivere liberamente e serenamente il momento presente, pregiudicando il futuro stesso di ogni persona.

Pertanto sotto questo profilo, il funzionamento della mente appare come un meccanismo psico-biologico quasi ineluttabile costituito da un sistema che ci mantiene in uno stato di vigilanza continua e ci porta ad accumulare una memoria prevalentemente negativa, fino a identificare il nostro vissuto quasi esclusivamente con ciò che ci ha fatto soffrire.

Sahaja Yoga e il cambiamento del piano dell’esperienza

Il meccanismo psico-biologico che porta la memoria umana a privilegiare gli stimoli e i vissuti negativi è ampiamente documentato in letteratura come funzione adattiva del sistema di allerta. Tuttavia, il fatto che tale meccanismo sia strutturale ed istintivo non implica che esso sia immutabile o destinato a dominare in modo permanente l’esperienza soggettiva. Le testimonianze e le osservazioni riportate da numerosi praticanti di Sahaja Yoga suggeriscono, infatti, che questo assetto può essere spontaneamente riequilibrato attraverso la pratica meditativa quotidiana, così come insegnata da Sri Mataji Nirmala Devi.

Ciò che distingue la meditazione Sahaja Yoga da molti approcci di tipo cognitivo o psicotecnico è il fatto che essa non opera primariamente sui contenuti mentali, né richiede strategie di ristrutturazione cognitiva, di controllo dell’attenzione o di modulazione volontaria del pensiero non proponendo tecniche di controllo della mente né esercizi di autosuggestione.. Il cambiamento osservato riguarda piuttosto il livello stesso dell’esperienza cosciente. Si assiste, infatti, ad uno spostamento progressivo da una coscienza prevalentemente organizzata intorno alla memoria emotiva negativa e alla difesa a uno stato di presenza stabile, non reattivo, centrato sul presente libero da condizionamenti negativi passati.

In questo nuovo assetto, il passato non viene rimosso né negato, ma perde gradualmente la sua influenza emotiva negativa. La memoria, quindi, conserva la funzione informativa, mentre si attenua la sua capacità di riattivare in automatico risposte di allerta e, pertanto, di condizionare l’esperienza attuale. In termini funzionali, ciò equivale a una riduzione del dominio del sistema difensivo sull’esperienza cosciente e a una maggiore integrazione tra percezione del presente, regolazione emotiva e senso di continuità del sé il quale osserva senza essere travolto.

La Kundalini: energia materna divina della creazione

Nel linguaggio spirituale esperienziale di Sahaja Yoga, la Kundalini non è intesa come un simbolo astratto o una forza immaginaria. È descritta come l’energia divina materna primordiale, l’aspetto generativo del divino attraverso cui è nato l’universo.

È l’energia che ha dato origine al desiderio stesso della creazione e alla sua realizzazione: l’aspetto materno di Dio che genera, sostiene e agisce nel mondo. Non una figura esclusivamente antropomorfa, ma un principio universale di amore, nutrimento e trasformazione.

Secondo Sahaja Yoga, questa energia non è esterna all’essere umano. È presente in ogni persona, nel punto più profondo e sacro dell’esistenza, tradizionalmente identificato nell’osso sacro. Non è qualcosa da costruire o da acquisire, ma qualcosa che già esiste e che può risvegliarsi spontaneamente.

Quando la Kundalini si risveglia, l’esperienza non consiste in uno stato di trance né in una eccitazione artificiale. È piuttosto un processo naturale di riequilibrio, in cui questa energia materna sale dolcemente, ristabilendo armonia tra corpo, mente e coscienza. Il risultato è una pace profonda, una diminuzione spontanea del flusso compulsivo dei pensieri e una sensazione di sicurezza interiore.

Shri Ganesha e l’innocenza originaria

In questo processo, un ruolo centrale è attribuito al principio di Shri Ganesha. Nel linguaggio esperienziale di Sahaja Yoga, Shri Ganesha rappresenta l’energia divina primordiale dell’innocenza e della purezza originaria, la forza attraverso cui la creazione è avvenuta senza conflitto e senza frattura.

Quando questa energia è presente anche in ogni essere umano e si manifesta come stabilità interiore, radicamento, senso di integrità. Non si tratta di ingenuità, ma di una condizione profonda in cui la coscienza non è più frammentata dalla paura, dalla colpa o dal passato.

Dal punto di vista dell’esperienza, il risveglio di questo principio non cancella la memoria del passato, ma ne svuota la carica emotiva negativa. Si può ricordare un evento doloroso senza provarne di nuovo il dolore. Il corpo non reagisce, l’emozione non si riaccende, il presente resta intatto. Ricordare non equivale più a rivivere.

Vivere nel presente e ricordare il positivo

Quando il presente diventa il luogo stabile dell’esperienza e della consapevolezza umana, accade qualcosa di naturale nell' cervello, lo stato di fondo non è più la difesa, ma una gioia quieta, un benessere non dipendente dalle circostanze. Non euforia, ma equilibrio.

In questo stato, il negativo perde la sua funzione adattiva. Non segnala più un pericolo, non richiede elaborazione, non chiede allerta e protezione. E ciò che non è più funzionale, il cervello semplicemente non lo rinforza. Al contrario, le esperienze positive, intese come stati interiori di armonia, pace, sicurezza, beatitudine e pienezza ,restano perché sono coerenti con il presente vissuto.

Come scriveva William James, “la nostra esperienza è ciò a cui prestiamo attenzione”. Pertanto, quando l’attenzione non è più catturata dalla paura, anche la memoria cambia forma.

Scienza, spiritualità e una prospettiva umanitaria

Nulla di tutto questo smentisce le acquisizioni delle neuroscienze sul bias della negatività. Esse restano valide finché l’identità è centrata sulla sopravvivenza dell’io. Invece l’esperienza della meditazione Sahaja Yoga suggerisce che è possibile spostarsi su un piano diverso, in cui la funzione protettiva della mente perde centralità.

Questa prospettiva apre anche uno scenario sociale e umanitario rilevante. Se il trauma è legato all’impossibilità di ricordare senza rivivere il passato negativo con tutte le conseguenze psico-fisiche distruttive che ne conseguono , allora un’esperienza che consenta di neutralizzare il vissuto emotivo del passato può rappresentare una risorsa preziosa.

Una pratica come quella di Sahaja Yoga, gratuita, non invasiva e accessibile, potrebbe costituire un supporto complementare significativo per persone colpite da calamità naturali, conflitti armati, tragedie collettive, lutti improvvisi, malattie gravi e persino delusioni affettive le quali sono molto frequenti e destabilizzanti nel epoca moderna. Non come sostituzione di interventi medici o psicologici, ma come spazio interiore di stabilità, presenza e dignità.

Conclusione

Il cervello umano ricorda il dolore per proteggerci. È una funzione necessaria, ma non definitiva. La meditazione Sahaja Yoga indica una possibilità ulteriore: vivere in uno stato di coscienza in cui la protezione non è più il centro, perché non c’è più un io fragile da difendere. E ciò in quanto quando il passato non comanda più, la memoria si alleggerisce, quando il presente diventa reale, la gioia non ha bisogno di essere cercata. E ciò che non serve più per sopravvivere (nello specifico il vissuto negativo) può, finalmente, essere lasciato andare.

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