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Italia e ritardo digitale: le responsabilità e i passi da compiere per cambiare

di Duccio Vitali, CEO Alkemy

28 Dicembre 2020

Digitale in Italia da Medioevo: le responsabilità e i passi da compiere per cambiare

Fonte: pixabay

Se c’è una cosa che il 2020 ha sicuramente messo in evidenza è la centralità che il digitale avrà in termini di sviluppo futuro dell’economia, del lavoro e del consumo. Eppure, in tempi di discussione sulla corretta gestione delle Risorse del Next Generation EU e su come indirizzarli verso una radicale trasformazione digitale, l’Italia deve ripartire dalla consapevolezza del suo spaventoso ritardo rispetto agli altri paesi europei.

La pubblicazione dell’Indice DESI 2020 (Digital Economy and Society Index), che monitora la performance digitale dell’Unione Europea ed i progressi dei paesi membri dal punto di vista della competitività digitale, ha mostrato ancora una volta una situazione drammatica per l’Italia. Il Bel Paese occupa infatti la quart’ultima posizione (dopo di noi solo Romania, Grecia e Bulgaria), provando che anche nel 2019 non è stato fatto quanto necessario per colmare le nostre mancanze.

Ma a cosa è imputabile questo gap che anno dopo anno si allarga, lasciando l’Italia sempre più sola nel suo medioevo digitale?

Il dichiarato intento di migliorare lo stato di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, più volte affermato in vari proclami governativi, e sostenuto dal Ministero per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione (MID), è smentito da una situazione estremamente grave per quanto riguarda il capitale umano e la formazione tecnologica degli italiani, parametro per il quale occupiamo addirittura l’ultimo posto della classifica. Rispetto alla media dell’Unione Europea, i livelli di competenze digitali di base sono “molto bassi”, e la situazione peggiora spaventosamente se si contano gli specialisti e i laureati nel settore ICT (vantando solo l’1% dei giovani italiani, nessuno così male in Europa).

Investire sul capitale umano è essenziale per accelerare la digitalizzazione del nostro sistema economico e si ripercuote a cascata nei numerosi svantaggi di cui soffre il Paese. Anche se in termini di connettività ed infrastrutture la situazione italiana media è leggermente migliore, occupando il 17esimo posto in classifica (in peggioramento comunque rispetto al 12esimo occupato nel DESI 2019), con la diffusione della banda larga fissa che è cresciuta del 62,5% nel 2019, le performance sono ancora troppo distanti dalla media dei paesi dell’Unione e per quanto riguarda invece la banda ultra-larga l’Italia mostra una copertura del solo 30% rispetto al 44% della media UE. La situazione è ancora più drammatica se si considera che la distribuzione è fortemente concentrata nelle grandi città, mentre gran parte del territorio periferico (di cui fanno parte parecchi distretti industriali) è completamente tagliato fuori.

Il primo elemento di riflessione che ne deriva è che la digitalizzazione del nostro Paese ha bisogno di un fortissimo impegno politico ed istituzionale, che vada ben oltre l’orizzonte temporale dettato dal ciclo elettorale. L’esperienza di Diego Piacentini, l’ex numero due di Amazon chiamato dal Governo Renzi per guidare la trasformazione digitale in Italia, ha mostrato che due anni non sono sufficienti a portare un vero cambiamento. Se per evolvere il modello di business di un’azienda è necessario intraprendere un percorso di almeno 5 anni, è facile comprendere che l’innovazione digitale dell’apparato pubblico, che comporta il totale ripensamento strategico dell’intero sistema, necessiti di uno sforzo e di un periodo di implementazione superiore a quello di una sola legislazione.

Guardando al settore privato la situazione non è certo migliore. Anche le nostre imprese, che ricordiamo essere composte prevalentemente da PMI, si trovano molto in ritardo rispetto ai nostri vicini. Basti pensare alla penetrazione dell’e-commerce sulle vendite retail che in Italia è ferma al 10%, mentre la media europea raggiunge il 18%. In ogni caso, nemmeno lo sviluppo di una piattaforma di vendite online sarebbe da solo sufficiente alla chiusura del gap rispetto agli altri paesi. Sfruttare a pieno le leve che il digitale ci offre per creare valore, infatti, impone uno sforzo ed un investimento maggiore rispetto alla semplice implementazione tattica di alcuni tipi di tecnologia.

Quello che stupisce di più è che contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, anche le grandi aziende soffrono di un enorme ritardo nei processi di digital transformation per i quali dovrebbero agire da elemento trainante e di consolidamento. Questa inerzia risulta lampante nello studio che Alkemy ha condotto riguardo la maturità digitale di tutte le società quotate a Milano. Lo studio distribuisce le aziende su tre diverse fasi relative al loro grado di digitalizzazione.

La prima fase, che definiamo “no digital to poor digital”, comprende le aziende che non hanno ancora iniziato ad utilizzare alcun tipo di canale online, o lo fanno poco o male. Le aziende il cui grado di digitalizzazione è pressoché pari a zero, ovviamente, non generano alcun tipo di valore né per sé stesse, né tantomeno per i consumatori e il sistema economico in generale.

La seconda fase, identificata come “segregated digital”, include le aziende che hanno iniziato ad utilizzare correttamente alcuni strumenti forniti dal digitale, ma che sostanzialmente continuano a fare le cose come le facevano prima. Ossia magari hanno iniziato ad utilizzare canali di vendita online o ad integrare alcune tecnologie, senza però di fatto modificare integralmente il modo di operare. Pur rappresentando un importante primo passo, utilizzare marginalmente il digitale fornisce a queste aziende un canale in più senza riuscire a creare del valore aggiunto.

La terza fase, quella del “full digital or integrated digital”, individua le aziende che hanno iniziato un vero percorso di digitalizzazione, che comporta l’integrale trasformazione del proprio modello di business. Questa è la fase in cui finalmente si genera valore sia per le imprese stesse che per l’intero sistema economico. Sfruttando a pieno le leve offerte dal digitale, infatti, tipicamente le aziende iniziano ad erogare nuovi servizi o nuovi prodotti, oppure a cambiare completamente il modo in cui essi vengono erogati, creando una spinta di sviluppo per tutta l’economia.

Lo studio ha riscontato che ben il 34% delle aziende italiane quotate si trova ancora nella prima fase! Un dato che ha dell’incredibile considerando l’attuale situazione scaturita dai noti fatti occorsi durante il 2020. Significa che oltre un terzo delle principali aziende italiane con il lockdown si è trovata completamente disintermediata dai propri clienti e consumatori, senza alcuna possibilità di contatto o comunicazione.

La maggioranza delle aziende quotate, invece, che comprende il 55% del campione analizzato, si trova nella seconda fase di implementazione. Una fase molto pericolosa, poiché consente a queste aziende di rispondere alle esigenze dei consumatori e del paese solo in modo tattico, senza una visione strategica di lungo periodo che porti alla vera evoluzione del modello di business e dell’intero sistema. Il rischio che corrono queste aziende è quello di non trasformare in opportunità di lungo periodo le condizioni che l’eccezionalità della crisi che stiamo vivendo ha creato, mentre il rischio che corre il nostro Paese è di fermarsi a metà del guado e di tornare indietro, frenando per sempre il processo di sviluppo.

Passando al terzo cluster, lo studio evidenzia che solamente l’11% delle società quotate in Italia ha realmente iniziato ad intraprendere un vero percorso di digitalizzazione ed evoluzione del proprio modello di business, un dato marginale, e che sintetizza in modo drammatico la situazione.

Non bisogna sorprendersi allora dell’imbarazzante distanza che il nostro Paese vive rispetto ai nostri vicini europei, quando le più grandi e importanti aziende italiane sono le prime a nascondere la testa sotto la sabbia e ad ignorare il cambiamento in atto.

Entrando maggiormente in dettaglio, analizzando le aziende settore per settore, lo studio ha rilevato che le aziende con minor grado di maturità digitale sono quelle che forniscono beni e servizi industriali, che si trovano ancora nella prima fase. Nella seconda troviamo i beni di consumo, i servizi, le telecomunicazioni e i media. Infine, con il miglior grado di maturità si posizionano a cavallo tra la seconda e la terza fase, i servizi finanziari.

Non stupisce che ad essere più avanti nell’adozione del digitale siano le aziende maggiormente esposte ai consumatori finali. I privati cittadini, anche in Italia, sono molto più maturi nell’utilizzo del digitale e integrano a pieno le nuove tecnologie nella vita di tutti i giorni. Le imprese, che per loro natura si muoverebbero per inerzia, vengono invece trainate dalla domanda dei consumatori e sono costrette ad evolversi per cavalcare l’onda innovativa, nella totale assenza della PA.

Se c’è una certezza è che la lenta se non assente digitalizzazione del nostro Paese non può essere imputata agli individui. Gli italiani, infatti, hanno dimostrato da sempre di essere molto propensi ad utilizzare ad adottare il digitale nella propria quotidianità. Nel 2019 il valore degli acquisti effettuati tramite l’e-commerce ha superato i 31 miliardi di euro, con un balzo del 15% rispetto al 2019. Il 40% delle spese online è avvenuto tramite smartphone. Un dato che non stupisce, considerando che in Italia rispetto al totale della popolazione le connessioni mobili sono oltre il 133%. L’82% della popolazione italiana utilizza una connessione ad Internet e di questi il 92% lo fa tramite rete mobile.

La fame di servizi digitali degli italiani ha dato una forte dimostrazione nella risposta a quelli che possiamo definire gli unici slanci di trasformazione digitale dei servizi delle PA. Secondo PagoPA, attualmente sono attivi quasi 13 milioni di account Spid (oltre un quinto della popolazione nazionale). Ancora più eccezionale la forte adesione al Cashback di Stato. Dopo solo tre giorni dal lancio le carte registrate all’iniziativa erano già 3,6 milioni, mentre si contano 6,2 milioni di strumenti di pagamento elettronici registrati da IO.

È lampante quindi che il ritardo digitale italiano sia un problema di offerta che affonda le profonde radici non solo in un mostruoso gap di specializzazione del capitale umano e di infrastrutture, ma anche nella colpevole inerzia del sistema imprenditoriale.

Se è vero, quindi, che il Covid ha rappresentato una forte e traumatica discontinuità, esso porta con sé anche un’enorme opportunità da cogliere per scuotere dal torpore l’intero Paese. È essenziale che i fondi vengano diretti verso investimenti concreti, che possano far recuperare competitività all’economia italiana. È necessario investire in formazione di una nuova classe dirigente sia nel pubblico che nel privato, nello svecchiamento e innovazione della nostra rete infrastrutturale, ma anche nell’incentivazione alle imprese affinché investano radicalmente in digitalizzazione.

Per massimizzare il valore che il digitale può portare al nostro Paese, dando finalmente una direzione per l’evoluzione e il progresso dell’intero sistema economico, è essenziale che ciascuno degli attori faccia la sua parte. Se da un lato, infatti, i cittadini hanno dimostrato di aver già adottato il digitale in tutti gli aspetti della loro vita,  per la Pubblica Amministrazione e le aziende sta scadendo il tempo di agire e far leva sul digitale per ripensare e trasformare l’intero sistema amministrativo ed economico.

 

Duccio Vitali, CEO Alkemy

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