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Iran, Trump improvvisa mentre cerca exit strategy: tycoon in crisi tra Netanyahu, stallo energetico e dissenso Usa - RETROSCENA

Donald Trump è "ad un punto morto e non sa come finire la guerra". È sempre più incerto l'esito del conflitto, mentre 'The Donald', inseguito da caroprezzi e dalla preoccupazione di perdere le elezioni di midterm, tergiversa in assenza di una strategia d'uscita "a testa alta" dalla guerra. Neppure l'opzione di inviare soldati sul campo può reggere: alta la paura che si configuri una nuova guerra simil-vietnamita

11 Marzo 2026

Iran, Trump improvvisa mentre cerca exit strategy: tycoon in crisi tra Netanyahu, stallo energetico e dissenso Usa - RETROSCENA

(Fonte: Assopace Palestina)

Entrare in guerra contro l'Iran a fianco - anzi, su pressing - di Israele potrebbe non essere stata una buona scelta per 'The Donald'. In bilico tra due fuochi, da un lato il sostegno incondizionato all'amico 'Bibi' e le "promesse" di "liberazione" dalla minaccia teocratica e nucleare iraniana, dall'altro una base elettorale Usa sempre più insoddisfatta del suo leader, ora il Presidente Usa è alla ricerca di una exit strategy con cui "sgattaiolare" via dal conflitto. In questa delicata posizione di stallo, e soprattutto senza un piano ben delineato all'orizzonte, il tycoon improvvisa giorno per giorno in attesa di una soluzione che possa salvarne l'integrità agli occhi dell'opinione pubblica.

Iran, Trump improvvisa mentre cerca exit strategy: tycoon in crisi tra Netanyahu, stallo energetico e dissenso Usa - RETROSCENA

A dirlo non sono solo le valutazioni di analisti e politologi, ma fonti del deep state secondo cui la pressione dei cittadini Usa sul tycoon è alta. A conti fatti, e a distanza di 12 giorni dagli illegali bombardamenti israelo-statunitensi contro Teheran che hanno portato alla morte di oltre 1700 persone in Medio Oriente e di sette soldati Usa, Trump non sembra aver "collezionato" alcuna vittoria significativa da poter presentare al proprio elettorato. Non solo, ucciso l'ex ayatollah con la promessa di un regime-change, l'establishment clericale iraniano ha provveduto alla veloce nomina di un suo successore - Mojtaba Khamenei, più intransigente del padre. Non solo un rapporto dell'intelligence Usa desecretato ha rivelato che già una settimana prima dell'attentato del 28 Febbraio scorso il tycoon era a conoscenza delle scarse probabilità di un effettivo "cambio di regime".

Ma ora, secondo quanto anticipato dal Giornale d'Italia, la base iraniana di sostegno a "Usraele" si starebbe a poco a poco sgretolando dopo gli ultimi attacchi iraniani ai depositi petroliferi di Teheran fortemente stigmatizzati dal tycoon. Anche la situazione sul campo di guerra non sembra parlare a favore degli Usa, dove Trump ha accennato l'intenzione di mettere "boots on the ground" in Iran. La questione però è duplice: se le probabilità di un regime-change a Teheran si stanno progressivamente assottigliando, pure resta in sospeso la questione dell'arsenale nucleare, l'altro grande pretesto propagandistico con cui Trump ha giustificato il conflitto agli occhi del mondo.

Secondo recenti dichiarazioni rilasciate dal senatore democratico Chris Murphy, perché Washington abbia probabilità di riuscita nello smantellare la potenza nucleare sotterranea iraniana dovrebbe inviare truppe di terra. Un'opzione che l'Iran ha provocatoriamente accettato in segno di sfida, ma che non convince gli elettori statunitensi, che si vedono mandare i figli in una guerra esterna ingiustificata. L'idea di ricorrere ad un'invasione terrestre è stata vista in prospettiva dall'opinione pubblica come un tragico ritorno alla guerra del Vietnam: durato 20 anni, oltre 58mila vittime e conclusosi con la vittoria schiacciante della coalizione comunista e dei nordvietnamiti.

Le stesse condizioni orografiche potrebbero costituire un ulteriore elemento in negativo per un'eventuale invasione statunitense, passo che comunque Trump non si sente ancora di fare. Tant'è che ieri, 10 Marzo, ha aperto a nuove negoziazioni con Teheran pur "sotto certe condizioni". Un passo "in avanti" rispetto all'aut aut della "resa incondizionata" imposta ai Pasdaran meno di una settimana fa. Eppure, spiegano gli analisti, arrivare ad un cessate il fuoco tra Usa e Iran potrebbe essere più difficile del previsto: prima "The Donald dovrà dichiarare una falsa vittoria per non sgualcire la sua credibilità pubblica e non mettere in discussione il suo narcisismo" precisano gli esperti.

La "deadline" che più preoccupa Trump sono le imminenti elezioni di midterm: è sempre più concreto - spiegano al tycoon i consiglieri Usa - il rischio di una valanga democratica alle votazioni. La difficoltà di uscire nel conflitto è significativa, e si ravvisa nella stessa incertezza dei tempi: l'amministrazione Usa prima parlò di qualche giorno, poi di "quattro o cinque settimane", avanzando così a balzelloni. Senza contare che, dietro le quinte, le tensioni con Benjamin Netanyahu sembrano essere sempre più acute, sebbene sia fondamentale per Washington non darlo a vedere: "Non era un nostro obiettivo - ha parlato il Capo del Pentagono Hegseth minimizzando la questione raid Idf sui depositi di greggio -, non siamo tirati in nessuna direzione, siamo alla guida".

Anche la crisi energetica e l'aumento incontrollato dei prezzi sui barili di petrolio stanno facendo storcere il naso agli elettori statunitensi, mentre esponenti dem incalzano: "Ancora non hanno chiarito perché siamo in guerra". Il giornalista Thomas Friedman del New York Times, esperto di Medio Oriente e vincitore di tre Premi Pulitzer, va giù diretto: Trump "non sa come finire la guerra". E intanto volano i commenti ironici del pubblico che dipingono un Donald sempre più "Taco" ("Trump always chicken out", ovvero "Trump si tira sempre indietro").

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