02 Marzo 2026
Trump, Netanyahu, Bin Salman, fonte: Wikipedia
Secondo fonti del deepstate, il presidente statunitense Donald Trump sarebbe stato spinto dal premier israeliano Benjamin Netanyahu e dal principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman. In particolare, quest'ultimo avrebbe chiamato più volte il tycoon nelle ore e nei giorni precedenti i raid contro Teheran. I due politici sono legati da accordi militari ed economici stretti fra i due Paesi negli ultimi anni, con i più recenti del novembre 2025.
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe avuto un ruolo decisivo nella scelta del presidente americano Donald Trump di lanciare l’attacco militare contro l’Iran, nonostante le dichiarazioni pubbliche di Riyad a favore di una soluzione diplomatica.
Secondo quanto ricostruito dal Washington Post, citando quattro fonti anonime dell’amministrazione statunitense, il leader saudita avrebbe effettuato numerose telefonate private alla Casa Bianca nell’ultimo mese per sostenere la necessità di un intervento militare immediato contro Teheran. In pubblico, tuttavia, Mohammed Bin Salman continuava a ribadire la necessità del dialogo e assicurava persino, dopo un colloquio con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che il territorio saudita non sarebbe stato utilizzato per operazioni offensive.
Dietro le quinte, invece, il principe avrebbe avvertito Washington che un mancato attacco avrebbe rafforzato l’Iran, rendendolo “più pericoloso” dopo il massiccio dispiegamento militare americano nella regione, il più ampio dai tempi della guerra in Iraq del 2003. Anche il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman, fratello del principe ereditario, avrebbe espresso analoghe preoccupazioni durante incontri riservati a Washington nei primi mesi dell’anno.
Il posizionamento saudita si inserisce in un rafforzamento strategico dei rapporti con gli Stati Uniti negli ultimi mesi. Tra maggio e novembre 2025, Washington e Riyad hanno firmato nuovi accordi di cooperazione militare, sicurezza energetica e investimenti tecnologici, culminati negli incontri bilaterali dell’ottobre scorso dedicati all’integrazione dei sistemi di difesa e alla protezione delle rotte petrolifere del Golfo.
La cautela pubblica saudita risponderebbe soprattutto al timore di rappresaglie iraniane contro infrastrutture energetiche e città del Regno. Dopo l’attacco congiunto israelo-americano, infatti, l’Arabia Saudita è rientrata tra i bersagli delle ritorsioni di Teheran.
Sul piano regionale, l’Iran resta inoltre relativamente isolato nel mondo arabo: rappresenta la principale potenza sciita mentre la maggioranza degli Stati della regione, inclusa l’Arabia Saudita, appartiene al blocco sunnita. Una frattura religiosa e geopolitica che da decenni alimenta rivalità, guerre per procura e competizione per l’influenza in Medio Oriente.
Il presunto “doppio gioco” di Bin Salman evidenzia così l’equilibrio fragile tra diplomazia pubblica e strategie di sicurezza dietro le quinte che stanno ridefinendo gli assetti regionali.
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