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Dividendi e propaganda di guerra: finanza globale e narrazioni belliche nel tempo del nuovo multipolarismo

Profitti record, economia stagnante e miti mediatici sul conflitto russo-ucraino: due facce della stessa illusione occidentale

27 Febbraio 2026

La montagna dei dividendi e il deserto della crescita

Il recente Dividend Watch di Capital Group certifica un dato impressionante: nel 2025 i dividendi globali hanno toccato quota 2.090 miliardi di dollari, +7% su base annua, con previsione di ulteriore crescita nel 2026. Se fossero un PIL nazionale, rappresenterebbero una delle prime dieci economie del pianeta, davanti a Paesi industrializzati di primo piano. Dal 2010 a oggi le distribuzioni agli azionisti sono triplicate a livello mondiale e addirittura quadruplicate negli Stati Uniti. Nello stesso arco temporale, però, l’economia reale è cresciuta di meno della metà. È evidente la divaricazione strutturale tra finanza e produzione.

Il trionfo della rendita finanziaria

Il settore finanziario da solo supera i 500 miliardi di dividendi annui, pur impiegando una frazione minima della forza lavoro globale. Una concentrazione di ricchezza che richiama più la rendita aristocratica che il capitalismo produttivo delle origini. Nella visione classica, il profitto veniva reinvestito per espandere capacità produttiva e occupazione. Oggi, invece, la priorità è la remunerazione dell’azionista, spesso a scapito di salari e investimenti. I dividendi diventano così una sottrazione di risorse al circuito produttivo, alimentando un’economia sempre più finanziarizzata. Non sorprende che persino l’high tech, un tempo orientato alla crescita, si sia allineato alla logica della distribuzione sistematica. La rendita ha vinto sulla visione industriale.

Europa e Stati Uniti: crescita asimmetrica

Gli Stati Uniti guidano la classifica con oltre 700 miliardi, seguiti dall’Europa. La Cina cresce rapidamente ma resta su valori inferiori. In Europa, Germania e Francia hanno quasi raddoppiato le distribuzioni nell’ultimo decennio; l’Italia le ha quadruplicate a fronte di una crescita economica modesta. Il messaggio è chiaro: i dividendi crescono trenta volte più del PIL. E mentre si moltiplicano i flussi verso gli azionisti, si ripete che mancano fondi per sanità, scuola e infrastrutture. Una contraddizione difficilmente sostenibile nel lungo periodo.

La guerra delle narrazioni

Sul piano geopolitico, la stessa logica di distorsione si ritrova nella narrazione del conflitto tra Russia e Ucraina. Da mesi circolano cifre su presunti rapporti di perdite di 25 a 1 a favore di Kiev. Nella storia militare moderna, simili proporzioni si registrano solo in guerre coloniali o in episodi circoscritti, non in conflitti tra eserciti tecnologicamente comparabili. Nemmeno durante l’Operazione Barbarossa o nelle fasi finali della Seconda guerra mondiale si osservarono squilibri costanti di tale portata per lunghi periodi. Rapporti del genere presupporrebbero un dominio totale di ISR, superiorità aerea assoluta e paralisi completa del comando avversario. La realtà operativa appare più complessa. Si enfatizza il ruolo dei droni come arma risolutiva, ma si omette spesso l’impatto delle bombe plananti e dell’artiglieria pesante, che indicano una capacità russa di adattamento e di pressione lungo la linea del fronte. Ridurre tutto a una caricatura di “ondate umane” significa ignorare la trasformazione tecnologica in atto su entrambi i lati.

Prolungare il conflitto, congelare la realtà

La funzione di certe narrazioni è evidente: sostenere che una delle due parti sia prossima al collasso serve a prolungare la guerra, alimentando l’idea che basti “resistere ancora un po’” per ottenere la vittoria finale. È una scommessa rischiosa, che trascura la profondità strategica russa e la crescente dimensione multipolare del sistema internazionale. Come sul piano economico si preferisce ignorare la frattura tra finanza e società reale, così sul piano militare si tende a sostituire l’analisi con il tifo. Ma la storia militare insegna che i conflitti tra pari si concludono per esaurimento politico, non per fantasiose superiorità genetiche o morali.

Realismo contro illusioni

Il mondo non è più unipolare. La competizione tra grandi potenze impone realismo strategico, non propaganda. Allo stesso modo, un’economia dominata dalla rendita non può garantire stabilità sociale indefinitamente. Finanza globale e narrativa bellica condividono un tratto: la costruzione di un racconto rassicurante per le élite. Ma quando i numeri – economici o militari – vengono piegati all’ideologia, il risveglio può essere brusco. Dividere per governare, divide et impera: nella finanza come nella geopolitica, la frammentazione dell’analisi è lo strumento più efficace per evitare che l’opinione pubblica colga l’intero quadro. E oggi, più che mai, comprendere quel quadro è una necessità strategica.

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