27 Febbraio 2026
Ali Khamenei, fonte: LaPresse
Mentre a Ginevra si confrontano emissari iraniani e statunitensi, il clima oscilla tra apertura diplomatica e minacce implicite. Il segretario del Consiglio di difesa iraniano, Ali Shamkhani, ha chiarito che un’intesa è possibile se l’obiettivo resta circoscritto: garantire che l’Iran non sviluppi l’arma nucleare. Se invece il tavolo diventa lo strumento per imporre il disarmo strategico di Teheran e la rottura dei suoi legami regionali, allora lo spettro del conflitto tornerebbe concreto.
Il nodo del disarmo e i doppi standard regionali
Il punto critico non è soltanto il nucleare, ma la richiesta – avanzata da Washington e sostenuta da Tel Aviv – di ridimensionare l’arsenale missilistico iraniano e la rete di alleanze nell’area. In un’analisi pubblicata su Haaretz, Gideon Levy ha denunciato l’asimmetria di tale pretesa: uno Stato fortemente armato che chiede ai vicini di smilitarizzarsi senza offrire reciprocità. Il riferimento è a Benjamin Netanyahu, la cui linea securitaria ha coinciso con un allargamento dei fronti di tensione. Levy osserva che la sicurezza non può essere selettiva: se il principio è la non proliferazione, esso dovrebbe valere per tutti. Altrimenti si trasforma in uno strumento politico.
La memoria degli scià e l’ombra del 1953
In questo contesto riaffiora il nome di Reza Pahlavi, indicato da alcuni ambienti occidentali come possibile alternativa alla Repubblica Islamica. Ma la storia iraniana pesa come un macigno. La rivoluzione del 1978-79 non nacque nel vuoto. Fu preceduta dal colpo di Stato del 1953 contro Mohammad Mossadegh, sostenuto da Stati Uniti e Regno Unito, che pose fine a un esperimento democratico. Il ritorno al potere dello scià consolidò un sistema repressivo fondato sulla polizia segreta Savak, addestrata anche con supporto occidentale. Il padre dell’attuale pretendente, Mohammad Reza Pahlavi, governò con pugno di ferro: migliaia di oppositori incarcerati, torture documentate, un apparato securitario pervasivo. Rapporti di organizzazioni internazionali dell’epoca denunciarono un uso sistematico della pena capitale e l’assenza di garanzie giudiziarie. È su questa memoria che si infrange ogni narrazione semplicistica di un ritorno monarchico come soluzione “liberale”.
Egemonia liberale e ritorno al realismo
Dal 1991 in poi, gli Stati Uniti hanno perseguito una strategia di egemonia liberale, convinti che l’espansione del modello democratico avrebbe ridotto i conflitti. Dalle amministrazioni Clinton e Bush fino alla stagione più recente, il paradigma è rimasto interventista, spesso declinato in operazioni di regime change. Con l’ascesa della Cina e il riemergere della Russia, l’unipolarismo si è incrinato. In un sistema che torna multipolare, le grandi potenze agiscono secondo logiche realiste: sicurezza, deterrenza, bilanciamento. Anche l’Iran si muove così, rafforzando capacità missilistiche e alleanze per garantire la propria sopravvivenza in un ambiente percepito come ostile.
Trump tra forza e negoziato
La nuova stagione politica americana, segnata dal ritorno di Donald Trump, oscilla tra retorica della “pace attraverso la forza” e pragmatismo selettivo. Ma negoziare chiedendo la capitolazione dell’avversario è un ossimoro strategico. In un contesto mediorientale attraversato da crisi multiple, un conflitto diretto con Teheran comporterebbe rischi enormi, anche alla luce dei rapporti sempre più stretti tra Iran e Cina. Washington sa che una guerra su vasta scala sarebbe economicamente e politicamente insostenibile. Teheran, dal canto suo, è consapevole che un errore negoziale potrebbe essere fatale. Ne emerge una partita ad altissimo rischio, dove la deterrenza reciproca sostituisce le illusioni ideologiche.
Realismo necessario
La questione iraniana non può essere affrontata con slogan o doppi standard. La storia degli scià dimostra che l’ingegneria geopolitica esterna produce instabilità durature. Allo stesso modo, la sicurezza regionale non si costruisce imponendo disarmi unilaterali. Se davvero si vuole evitare un nuovo conflitto, occorre riconoscere che in un sistema internazionale tornato competitivo nessuna potenza può pretendere l’esclusiva morale o militare. Il negoziato di Ginevra rappresenta forse l’ultima occasione per sostituire l’ideologia con il realismo strategico.
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