28 Febbraio 2026
L’ingerenza americana nel Levante non è un fatto contingente legato all’ultimo periodo storico - definito soprattutto dal genocidio dei palestinesi - ma il risultato di una continuità strategica che attraversa decenni di amministrazioni e guerre. Il Giornale d'Italia ha intervistato il giornalista Lorenzo Trombetta, studioso di Siria e collaboratore di Limes, per ricostruire le radici storiche della presenza statunitense in Medio Oriente, l’ingerenza israeliana, il ruolo ambiguo di attori politici come Egitto, Giordania e monarchie del Golfo, il significato politico del cosiddetto Board of Peace tra retorica diplomatica e interessi concreti.
In che modo e perché gli Stati Uniti hanno influenzato gli equilibri del Medio Oriente negli ultimi vent'anni?
Per rispondere alla domanda e spiegare l’attuale assetto del Medio Oriente, è necessario ripartire dalla stagione coloniale inaugurata con la spedizione napoleonica in Egitto nel 1798. Dopo questa data, prima la Francia e poi la Gran Bretagna si spartiscono il territorio del cosiddetto "Levante" contribuendo fortemente a ridefinirne gli equilibri. Ma qualcosa cambia a cavallo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale: l'ingerenza coloniale britannica si affievolisce finché, dal 1950, il controllo regionale passa a Washington che raccoglie l’eredità di Londra e Parigi, confermandosi la principale potenza neocoloniale sul territorio. Tutta quest'area - bagnata dagli Oceani Atlantico e Indiano, dal Mediterraneo e dal Golfo Persico - diventa una roccaforte strategica indispensabile per il controllo di Africa e Asia. E per assicurarsela, gli Usa hanno bisogno di alleati stretti: ovvero Israele, Egitto, Arabia Saudita e, in seconda battuta, la Giordania.
Il caso egiziano è emblematico: da sostenitore delle popolazioni arabe contro Israele, ha sempre più avvicinato la sua politica agli interessi Usa al punto, oggi, da permettere la deportazione di palestinesi da Gaza attraverso Rafah. Come spiegare questo voltafaccia?
In politica, c'è una distinzione netta tra la retorica e la pratica. Solo questo basta a non lasciarci stupiti se l'Egitto prima appoggia i palestinesi e poi sostiene Israele. L'Egitto è ad oggi uno degli alleati più stretti degli Usa. La crisi di Suez (1956) costituisce un "campo di prova" per l'Egitto: Gamal Abdel Nasser tenta la strada della politica anti-coloniale occidentale. Egli nazionalizza difatti le risorse e si pone da non allineato al bipolarismo Usa-URSS; ma alla sua morte (1970), con Anwar Sadat e poi Hosni Mubarak, il Cairo cambia definitivamente fronte ed entra nell’orbita statunitense. È l'Egitto, non a caso, il primo paese arabo a fare pace con Israele nel 1979 e a riconoscerlo. L'oligarchia di potere egiziana inizia così a ricevere dagli Usa enormi finanziamenti. Questa serie di eventi spiega perché l'Egitto oggi sia intrinsecamente legata agli interessi di Washington: non solo riceve direttamente fondi, ma ha un tornaconto economico con la nuova strategia israelo-palestinese di svuotamento della Striscia tramite deportazione di palestinesi...
Peraltro sembra che Israele stessa, in questo "business" di deportazione di civili dalla Striscia all'Egitto, stia fornendo petrolio al Cairo...
Esatto, ma badate: l'Egitto sta guadagnando ingenti somme di denaro dalla spopolazione di Gaza perché tutto ciò che entra o esce dal valico di Rafah è soggetto a costi di transazione, a tariffari. L'Egitto intasca alte commissioni dal passaggio al fronte di civili palestinesi, dove i prezzi aumentano perché il luogo di provenienza è un territorio di guerra, una guerra genocida. L'Egitto, che solo apparentemente difende la causa palestinese, gioca da interfaccia diplomatica in questo gioco di specchi: anche nel Board of Peace la sua presenza in qualità di Paese membro serve a dare l'illusione di una rappresentanza araba che Trump si preoccupa di includere. Ma Usa, Israele ed Egitto condividono tutti la medesima visione di potere.
Perché Trump si è preoccupato di stringere un accordo con un ex jihadista come Al-Sharaa mentre egli non solo continua la guerra all'Isis, ma è stretto alleato di Netanyahu che con Damasco non è nei migliori dei rapporti?
Anche qui vale la "regola" della polarizzazione tra retorica ed azione. Prima di tutto: definire Al-Sharaa (anche noto come Al-Jolani) un membro dell'Isis è fuorviante. Sebbene il suo bacino ideologico abbia attinto al jihadismo radicale di Siria e Iraq, al-Sharaa ha combattuto al fianco di Al-Qaeda contro l'Isis. Detto ciò, la volontà di Trump di "riconoscere" al-Sharaa [che il tycoon ha recentemente detto di "aver essenzialmente collocato lì", ndr] è strumentale e riflette tutta la realpolitik made in Usa: lotta anti-IS, rapporti Damasco-Tel Aviv. È la stessa logica che portò gli americani prima ad appoggiare i curdi contro il regime, poi a operare un progressivo disimpegno militare a favore di Al-Sharaa. Possiamo dire che i curdi sono stati per gli Usa, per un certo periodo, il partner chiave sul campo che avrebbe potuto operare quel regime-change sperato. Ma le cose poi sono evolute diversamente.
Si può dire che i curdi siano stati, per un certo periodo — soprattutto tra il 2014 e il 2019, durante la lotta contro l’ISIS — il principale partner sul campo per gli Stati Uniti d'America. Tuttavia, gli sviluppi successivi hanno modificato questo scenario. A partire dal 2019, con il parziale ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria nord-orientale deciso dall’amministrazione Trump, Washington ha progressivamente ridimensionato il proprio sostegno ai curdi, considerati un attore troppo autonomista e difficilmente controllabile negli equilibri regionali. Parallelamente, è emersa una figura percepita come più pragmatica e diplomatica rispetto ai curdi: Ahmed al‑Sharaa. In giacca e cravatta, Al-Jolani é stato utilizzato dalla leadership americana come un interlocutore più gestibile sul piano politico, apparentemente più democratico.
Trump ha minacciato ritorsioni contro l’Iraq qualora Nuri al-Maliki tornasse ad essere eletto primo ministro . Questo indicherebbe che il tycoon sembra favorire l'instabilità irachena attraverso il trasferimento dei cosiddetti Takfiri dalle prigioni Usa in Siria a quelle dell'Iraq. Un'ulteriore dimostrazione delle intromissioni statunitensi nella regione attraverso Bagdad?
Certamente. Al-Maliki è stato il primo ministro iracheno nel post Saddam Hussein. Inizialmente, la sua politica strizzò l'occhio agli americani (sempre alla luce del rapporto cliente-padrone), ma poi le posture geopolitiche mutarono e al-Maliki si schierò vicino all'Iran. E questo per gli Usa - alla ricerca di un primo ministro "di consenso" fra Washington e Teheran - rappresentò un problema. Da qui la graduale estromissione di al-Maliki, su cui Trump ancora punta per la prossima nomina del nuovo capo di governo. Gli Stati Uniti preferiscono mantenere l'attuale premier Mohammed Shia' Al-Sudani, che possiamo definire un "democristiano".
Per quanto riguarda i Takfiri, cioè "integralisti, fondamentalisti" (> kāfir è l'apostata, l'infedele), ricordiamo che in Iraq la presenza militare statunitense è già forte, e gode di innumerevoli basi e prigioni. La Siria invece è frammentata e gli Usa temono che questi presunti terroristi possano scappare portando instabilità. Così li spostano in prigioni irachene, ma il principio è sempre quello: mostrarsi padroni di un territorio straniero.
Focalizzandoci infine sul Board of Peace trumpiano: a cosa porterà questo nuovo organo sostitutivo dell'Onu? Come impatterà su Gaza e credi aiuterà Netanyahu a realizzare il piano del 'Greater Israel'?
Il "Board of Peace" è una versione "2.0" dell'Onu, il dispositivo di cui il Presidente Usa può servirsi per dire di aver risolto i conflitti. Gaza rappresenta per lui un esperimento: vedere se e come, da un territorio devastato, è possibile trarre benefici finanziari e strategici. Gaza è al centro di un esperimento coloniale occidentale: l'occupazione militare (di scuola novecentesca) potrà farsi occupazione finanziaria attraverso una gentrificazione spinta? Anche qui, davanti alle azioni c'è la retorica: l'Indonesia e l'invio di soldati per "stabilizzare" la zona rappresentano la "bandiera musulmana" di comodo per coprire le manovre Usa. Che ne sarà invece del Greater Israel? Due letture possibili: o Netanyahu sarà l'ultimo grande leader che porterà il Paese all'auto-distruzione; oppure vedremo davvero Israele espandersi ancora e ancora, più di quanto non abbia già fatto. I prossimi decenni saranno a favore di Israele. Ma la Storia è imprevedibile.
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