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Monaco 2026, l’Europa parla da potenza ma viene trattata da comprimaria nel nuovo ordine atlantico

Alla Conferenza sulla sicurezza emerge una gerarchia non detta: Washington seleziona gli interlocutori, Bruxelles paga i costi e Mosca rilancia sull’ONU. Tra guerra lunga e autonomia promessa, l’Europa scopre i suoi limiti strategici.

17 Febbraio 2026

Monaco 2026, l’Europa parla da potenza ma viene trattata da comprimaria nel nuovo ordine atlantico

Consiglio di Sicurezza Onu, fonte: Twitter @tizianaferraio

La fotografia nei corridoi, non sul palco

La 62ª Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera (13-15 febbraio 2026) si è chiusa con dichiarazioni solenni e formule rassicuranti. Ma la vera immagine politica non era sul palco: era nei corridoi. Quando il segretario di Stato Marco Rubio ha disertato all’ultimo minuto il vertice “Formato Berlino” sull’Ucraina, il messaggio è stato inequivocabile. Non un incidente organizzativo, ma una gerarchia. Gli europei possono riempire una sala, ma se Washington non siede al tavolo, quel tavolo perde peso specifico. Subito dopo, Rubio ha scelto una tournée mirata verso capitali considerate “utili”, con attenzione particolare a Budapest e al premier Viktor Orbán. Non abbandono dell’Europa, ma selezione degli interlocutori.

La dottrina del logoramento

Nel suo intervento, Friedrich Merz ha esplicitato una linea che a Monaco circola da mesi: la guerra finirà quando la Russia sarà esausta. Non è una posizione negoziale, ma una strategia di pressione prolungata. Quando la durata del conflitto viene considerata uno strumento “utile”, la guerra smette di essere emergenza e diventa metodo. È un cambio culturale profondo: la politica si abitua alla normalità dell’attrito permanente. Da Mosca, questa impostazione è letta come conferma che l’obiettivo occidentale non sia solo l’Ucraina, ma l’indebolimento strutturale della Federazione.

La soglia dell’escalation

Il passaggio più delicato riguarda la tentazione di alzare la posta. Il senatore Lindsey Graham ha evocato la possibilità di fornire a Kiev missili a lungo raggio come i Tomahawk. Qui il confine è sottile: “costringere a negoziare” può trasformarsi in allargamento del conflitto. Quando l’escalation non è pienamente controllabile, diventa variabile autonoma. La storia militare insegna che le guerre di logoramento raramente restano confinate entro i limiti iniziali. Ogni salto qualitativo negli armamenti modifica la percezione della minaccia e restringe lo spazio politico per il compromesso.

La Cina e il promemoria all’Europa

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha riconosciuto all’Europa il “diritto” di sedersi al tavolo negoziale, ricordando che il conflitto si svolge sul suo continente. Un’affermazione cortese ma incisiva: legittimità sì, centralità no. La contraddizione è evidente. L’Europa rivendica autonomia strategica, ma fatica a formulare una proposta che non sia la prosecuzione della linea atlantica. Senza una visione distinta, la presenza rischia di restare simbolica.

Economia e dipendenza industriale

Per il biennio 2026-2027, l’Unione ha predisposto un pacchetto di 90 miliardi di euro in prestiti a Kiev, con larga quota destinata alla difesa. Il principio operativo è chiaro: acquistare prima in Ucraina o nell’UE, ma in caso di urgenza rivolgersi altrove. Traduzione politica: l’urgenza bellica favorisce il fornitore più rapido, spesso americano. Così la promessa di autonomia industriale convive con una crescente dipendenza tecnologica. L’Europa paga due volte: sostiene finanziariamente l’Ucraina e consolida filiere produttive fuori dai propri confini.

ONU, multilateralismo e la mossa russa

Mosca ha rilanciato l’idea di una governance esterna per l’Ucraina nel dopoguerra sotto l’egida dell’Nazioni Unite. Una proposta che si inserisce nella visione multipolare condivisa con Pechino: superare l’unipolarismo attraverso un multilateralismo riformato. Se un simile organismo vedesse la partecipazione russa, l’equilibrio cambierebbe radicalmente. Kiev dovrebbe convivere con una presenza istituzionale di Mosca; Bruxelles rischierebbe di restare ai margini se l’intesa fosse negoziata principalmente tra Washington e il Cremlino.

Zelensky e l’Europa inquieta

Il presidente Volodymyr Zelensky ha adottato toni più duri del consueto, criticando i ritardi occidentali negli aiuti e chiedendo tempi certi per l’ingresso nell’UE. Un intervento che ha mostrato tensione e isolamento. Parallelamente, leader come Kaja Kallas hanno accolto con sollievo le parole concilianti di Rubio. Ma la sostanza resta: l’ombrello americano si apre e si chiude a Washington, non a Bruxelles.

Parlare da adulti, essere trattati da minori

Monaco 2026 certifica un’abitudine: l’Europa accetta la prospettiva di una guerra lunga pur di non incrinare il legame transatlantico. Tuttavia scopre che la regia resta americana. Gli Stati Uniti non si ritirano: presidiano intelligence, tecnologia e deterrenza. I costi politici ed economici quotidiani, invece, gravano soprattutto sugli europei. È l’asimmetria moderna.

La minorità non è nelle dichiarazioni, ma nei fatti: parlare da soggetto strategico e restare destinatario di decisioni altrui. In questo scenario, la Russia osserva e propone alternative istituzionali, convinta che il tempo giochi a favore di un ordine più multipolare. L’Europa, se vorrà essere davvero adulta, dovrà dimostrare di saper trasformare le parole in una strategia autonoma. Fino ad allora, a Monaco come altrove, la fotografia vera continuerà a scattarsi nei corridoi.

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