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Romania, Ucraina e l’ombra delle ingerenze: tra narrativa anti-russa e crepe nell’asse euro-atlantico

Dal caso Georgescu alle tensioni nei negoziati su Kiev, emergono dubbi sulle accuse a Mosca e sulle reali strategie di Washington e Bruxelles in un’Europa sempre più marginale

14 Febbraio 2026

Romania, Ucraina e l’ombra delle ingerenze: tra narrativa anti-russa e crepe nell’asse euro-atlantico

Fonte Wikipedia

Il “terremoto” romeno

Nel novembre 2024 la Romania è diventata il centro di un inatteso sommovimento politico. L’ex funzionario e candidato indipendente Călin Georgescu, su posizioni nazionaliste ed euroscettiche, ha superato il 22% al primo turno delle presidenziali, conquistando l’accesso al ballottaggio contro Elena Lasconi e lasciandosi alle spalle figure di primo piano come Marcel Ciolacu. Due giorni prima del secondo turno, però, la Corte Costituzionale della Romania ha annullato l’intero processo elettorale, evocando documenti dei servizi che ipotizzavano una interferenza russa: attacchi informatici e una rete di circa 25 mila account su TikTok. La Romania veniva così descritta come nuovo laboratorio della “disinformazione del Cremlino”. Bruxelles ha sostenuto la linea di Bucarest, aprendo un’indagine sulla piattaforma cinese. Ma col passare dei mesi il quadro si è incrinato.

Prove fragili e silenzi mediatici

TikTok ha dichiarato di non aver riscontrato elementi concreti a sostegno delle accuse. Ancora più significativa è stata la presa di posizione del Comitato giudiziario della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, secondo cui non emergerebbero prove di un coinvolgimento diretto di Mosca. Nel frattempo Georgescu è stato fermato e indagato per presunti richiami a simbologie estremiste, ma non per l’asserita regia russa. La sua nuova candidatura è stata respinta; analoga sorte è toccata a Diana Șoșoacă, esclusa per dichiarazioni ritenute incompatibili con i “valori democratici”. Il risultato politico è evidente: le forze critiche verso l’assetto euro-atlantico sono state progressivamente neutralizzate. Resta una domanda scomoda: l’allarme sulle ingerenze era fondato o funzionale a stabilizzare un equilibrio geopolitico ritenuto intoccabile?

Il negoziato ucraino e la fiducia incrinata

Mentre Bucarest faceva i conti con le proprie tensioni interne, sul fronte orientale si addensavano nuove ombre. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha denunciato un calo di fiducia verso Washington, ricordando che le sanzioni e le pressioni economiche non sono diminuite neppure dopo l’apertura ai colloqui. Secondo Mosca, gli Stati Uniti continuano a esercitare una pressione asimmetrica, dalle restrizioni energetiche ai sequestri navali, mentre chiedono concessioni territoriali e politiche. Il Cremlino, guidato da Vladimir Putin, controlla circa un quinto del territorio ucraino, inclusa la Crimea e l’intero oblast di Luhansk, e mantiene l’iniziativa militare in diversi settori. Per la Russia, negoziare mentre avanza sul terreno rischia di apparire controproducente; per Kiev, accettare le condizioni di Mosca significherebbe rinunciare a territori e alla prospettiva NATO. Lo stallo è strutturale.

Gli obiettivi di Washington

L’amministrazione Trump appare desiderosa di chiudere rapidamente il conflitto, anche per riaprire canali economici con Mosca. L’Europa, invece, sembra restare ai margini. Alla Conferenza di Monaco la presenza americana è stata ridotta, segnale di un interesse calante verso le dinamiche continentali. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha evocato possibili accordi economici russo-americani di portata colossale, temendo di essere scavalcato. Se tali intese si concretizzassero, l’Ucraina rischierebbe di diventare una variabile subordinata in un più ampio riassetto tra potenze.

Un’Europa fuori gioco

Nel frattempo, alcuni leader europei ipotizzano un dialogo diretto con Mosca, ma l’Unione appare priva di una linea autonoma. Roma invoca un coordinamento comunitario; Parigi tenta contatti discreti; Budapest e Bratislava rivendicano un approccio pragmatico. La verità è che l’Europa ha progressivamente ceduto centralità strategica. Il caso romeno lo dimostra: l’uso politico del tema delle ingerenze rischia di trasformarsi in uno strumento di esclusione interna più che di difesa democratica.

Tra narrativa e realtà

Dalla Romania all’Ucraina emerge un filo rosso: la costruzione di narrative geopolitiche che talvolta precedono le prove. Ciò non significa negare che la Russia persegua i propri interessi con determinazione; significa però riconoscere che la politica internazionale non può fondarsi su suggestioni. Oggi, tra un conflitto che continua e un’Europa in affanno, resta aperta la questione essenziale: chi decide davvero le sorti del continente? E fino a che punto l’evocazione del “nemico esterno” serve a coprire fragilità interne? La guerra prosegue, i negoziati arrancano, le elezioni vengono annullate. In questo scenario fluido, più che le accuse, contano i fatti. E i fatti chiedono analisi lucida, non riflessi condizionati.

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