14 Febbraio 2026
Putin (fonte: imagoeconomica)
Il segnale di Mosca: fermezza e riapertura
Le recenti dichiarazioni di Sergej Lavrov non sono state uno sfogo, ma un atto politico calibrato. Dopo aver espresso l’insoddisfazione russa per lo stallo negoziale, il Cremlino ha annunciato la ripresa dei colloqui il 17 e 18 febbraio a Ginevra, con la partecipazione di delegazioni di Russia, Ucraina e Stati Uniti. Non è un dettaglio che a guidare i russi sarà Vladimir Medinsky, consigliere diretto di Vladimir Putin, e non più il capo dell’intelligence militare Igor Kostyukov. È un messaggio chiaro: Mosca vuole trattare, ma a condizioni serie e con un interlocutore politico di fiducia del Presidente. Fermezza nei principi, disponibilità nel metodo.
La questione territoriale: il nodo decisivo
Il cuore del negoziato resta la realtà territoriale. Un recente approfondimento di The Atlantic, firmato da Simon Shuster, ha messo in luce tensioni interne alla leadership di Kiev. Mentre Volodymyr Zelensky mantiene una linea di rigida intransigenza, alcuni consiglieri valutano l’ipotesi di riconoscere la perdita di parte del Donbass, in particolare segmenti della regione di Donetsk. È un passaggio cruciale. Ogni guerra termina con una ridefinizione degli equilibri sul terreno. Fingere che quattro anni di conflitto non abbiano mutato la geografia politica significa prolungare inutilmente il dramma. La possibile maggiore flessibilità attribuita a Kyrylo Budanov segnala che a Kiev qualcuno comprende la necessità di un realismo strategico.
Trump, intelligence e nuove influenze
Sul fronte occidentale, l’ombra di Donald Trump si allunga sui negoziati. L’approccio pragmatico dell’attuale amministrazione americana mira a chiudere il conflitto, riducendo l’esposizione diretta degli Stati Uniti. In questo quadro si colloca anche l’espansione del network Newsmax in Ucraina, segnale di una crescente attenzione verso la dinamica politica interna di Kiev. La figura di Yulia Tymoshenko, storicamente oscillante tra pulsioni nazionaliste e aperture pragmatiche, torna indirettamente centrale. La politica ucraina non è monolitica, e il negoziato dipenderà anche dagli equilibri interni, oggi resi più fragili da scandali e tensioni.
Monaco e il declino europeo
Mentre a Ginevra si prepara il confronto vero, a Monaco va in scena la ritualità diplomatica della Munich Security Conference. La 62ª edizione, ospitata al Bayerischer Hof, riunisce leader e ministri, ma l’assenza di figure apicali dell’amministrazione americana pesa come un macigno. Saranno presenti Marco Rubio e numerosi leader europei, ma l’impressione è che l’Europa discuta mentre altri decidono. Anche la partecipazione di Zelensky appare condizionata agli sviluppi militari, segno di una dipendenza strutturale dal fronte. L’Europa paga anni di scelte miopi: industria della difesa indebolita, energia costosa, assenza di materie prime strategiche. Il conflitto ucraino ha evidenziato la fragilità di un continente che invoca autonomia ma resta subordinato.
Prima della primavera
La stagione fredda volge al termine. Storicamente, le campagne militari nell’Europa orientale riprendono vigore con il disgelo. Mosca non resterà immobile ad attendere l’esito dei colloqui. Se un accordo deve nascere, dovrà farlo prima che la dinamica sul terreno torni a imporsi con maggiore intensità. Sostenere un negoziato serio non significa cedere, ma riconoscere la realtà strategica. Ogni giorno di guerra aggiunge vittime e distruzioni. Se davvero si vuole salvare vite, occorre superare rigidità ideologiche e accettare compromessi dolorosi ma necessari. La finestra diplomatica è stretta. Mosca ha mostrato di volerla tenere aperta. Resta da capire se a Kiev e in alcune capitali occidentali prevarrà il realismo o l’illusione di poter riscrivere sul tavolo ciò che è già stato deciso sul campo.
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