12 Gennaio 2026
Fonte: X @BasilTheGreat
Il Regno Unito guida la classifica mondiale degli arresti per commenti online, superando non solo Paesi autoritari ma anche Stati spesso indicati come modelli di controllo repressivo del dissenso. È quanto emerge da una stima aggiornata al 2023, che fotografa un quadro sorprendente e per molti versi allarmante sulla gestione della libertà di espressione nell’era digitale. Con oltre 12 mila arresti legati a contenuti pubblicati sul web e sui social network, Londra si colloca al primo posto, davanti alla Bielorussia, seconda con oltre 6.200 casi, e alla Germania, terza con circa 3.500.
In cima alla lista figura il Regno Unito, con oltre 12.183 arresti. Un dato che sorprende e fa discutere, soprattutto se confrontato con la tradizionale immagine britannica di tutela delle libertà civili. La legislazione sul cosiddetto “hate speech”, unita a un’interpretazione sempre più estensiva delle norme contro i “contenuti offensivi”, ha portato negli ultimi anni a un forte incremento degli interventi delle forze dell’ordine per commenti ritenuti inappropriati o pericolosi.
Al secondo posto si colloca la Bielorussia (6.205 arresti), seguita dalla Germania con circa 3.500 casi. Se per Minsk il dato appare coerente con un sistema politico fortemente repressivo, più controversa è la posizione di Berlino, dove le leggi contro l’estremismo e la disinformazione online hanno prodotto un numero significativo di procedimenti penali. Seguono la Cina (1.500 arresti), la Turchia (500) e la Russia (400), Paesi in cui il controllo dello spazio digitale è da tempo uno strumento di governo.
La classifica prosegue con Polonia (300), Thailandia (258) e Brasile (200), mostrando come il fenomeno non sia circoscritto a una specifica area geografica o a un solo modello politico. Anche nazioni coinvolte in conflitti o caratterizzate da regimi autoritari, come Siria (146), Iran (100) ed Egitto (20), figurano nell’elenco, ma con numeri inferiori rispetto a quelli registrati in alcune democrazie occidentali.
Colpisce, infine, la presenza di Francia (54 arresti) e Stati Uniti (50), Paesi spesso considerati baluardi della libertà di parola. Sebbene i numeri siano relativamente contenuti, essi indicano una tendenza comune: l’idea che il mondo digitale non sia più uno spazio “franco”, ma un territorio sempre più regolato, sorvegliato e sanzionato.
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