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Giappone, tensione tra governo e Bank of Japan: Takai­chi spinge per linea espansiva, Ueda prepara il rialzo dei tassi dopo anni di denaro ultra-facile

Scontro tra falchi e colombe sulla politica monetaria. La premier rafforza il fronte reflazionista nel board, ma la BoJ valuta nuove strette per difendere lo yen e la credibilità

27 Febbraio 2026

Giappone, premier Takaichi scioglie Parlamento e annuncia elezioni anticipate dopo 4 mesi da nomina, Paese al voto l’8 febbraio

Sanae Takaichi Fonte: Imagoeconomica

A Tokyo l’asse tra governo e banca centrale mostra crepe sempre più evidenti. La premier Sanae Takaichi, uscita politicamente ridimensionata ma ancora determinata a difendere una linea economica espansiva, deve fare i conti con una Bank of Japan che prepara il terreno a un possibile nuovo rialzo dei tassi.

Dopo anni di politica monetaria ultra-accomodante, tassi negativi, controllo della curva dei rendimenti, acquisti massicci di titoli, l’istituto guidato da Kazuo Ueda ha avviato una lenta normalizzazione. Un percorso prudente, ma ormai irreversibile. L’inflazione, pur lontana dai picchi occidentali, non è più un fenomeno episodico. E soprattutto lo yen resta vulnerabile.

Il Giappone vive un equilibrio delicato. Da un lato un’economia che per decenni ha combattuto la deflazione e che teme un ritorno alla stagnazione. Dall’altro una banca centrale che non può ignorare il rischio di perdere credibilità sui mercati internazionali.

Un ulteriore indebolimento dello yen significherebbe aumento dei costi delle importazioni energetiche, pressione sui consumi e tensioni sociali. Ma un rialzo troppo rapido dei tassi rischierebbe di soffocare una ripresa ancora fragile, con salari reali che faticano a recuperare potere d’acquisto.

È qui che nasce la frizione.

La scelta della premier di sostenere figure considerate più “reflazioniste” nel board della banca centrale è un segnale politico chiaro: evitare una stretta eccessiva, mantenere condizioni finanziarie favorevoli, sostenere investimenti e domanda interna.

Ma l’autonomia della Bank of Japan resta un pilastro istituzionale. Ueda ha finora adottato un linguaggio misurato, lasciando intendere che ogni decisione sarà guidata dai dati macroeconomici e dall’andamento delle aspettative inflattive.

Tradotto: nessun automatismo, ma nemmeno subordinazione alla politica.

Il vero banco di prova sarà il cambio. Se la valuta giapponese dovesse subire nuove pressioni al ribasso, la banca centrale potrebbe sentirsi costretta ad agire più rapidamente. In un contesto globale ancora caratterizzato da tassi relativamente elevati negli Stati Uniti e in Europa, mantenere una politica troppo accomodante espone Tokyo a squilibri finanziari.

La storia economica giapponese insegna che uscire da un regime monetario espansivo è sempre più complesso che entrarvi. Ogni passo va calibrato, perché il debito pubblico supera ampiamente il 200% del PIL e il sistema è fortemente dipendente da condizioni di finanziamento favorevoli.

La tensione tra falchi e colombe non è solo tecnica. È politica. Takaichi deve dimostrare di saper difendere la crescita senza compromettere la stabilità. Ueda deve dimostrare che la banca centrale non è ostaggio dell’agenda governativa.

Per ora lo scontro resta sotto traccia. Ma le prossime riunioni della Bank of Japan potrebbero trasformare una divergenza di vedute in un vero braccio di ferro istituzionale.

E in un Giappone che cerca di uscire definitivamente dall’ombra della deflazione, ogni mossa pesa molto più di quanto sembri.

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