27 Febbraio 2026
Giorgia Meloni (fonte LaPresse)
Giorgia Meloni, al bilaterale con il presidente cipriota Nikos Christodoulidis, ha ribadito che l’energia è una «priorità assoluta». Parole condivisibili. Meno rassicurante, però, è il contesto in cui vengono pronunciate: quello di un’Unione europea che continua a difendere l’impianto ideologico del Green Deal mentre undici Paesi membri iniziano apertamente a metterne in discussione i meccanismi più onerosi.
Il nodo è sempre lo stesso: il sistema ETS (Emission Trading System), il mercato europeo delle emissioni, diventato nel tempo non solo uno strumento ambientale ma una vera e propria leva fiscale indiretta che incide sui costi industriali e, a cascata, sulle bollette.
In un documento congiunto, undici Stati membri hanno chiesto un approccio più pragmatico al mercato delle emissioni. Non è una rivolta sovranista, ma la presa d’atto di un problema strutturale: l’ETS, così com’è, contribuisce ad aumentare i costi di produzione in Europa proprio mentre Stati Uniti e Cina sostengono massicciamente le proprie industrie con politiche industriali espansive.
L’Italia, secondo quanto emerso, avrebbe spinto per una sospensione del meccanismo. Una posizione che segnala un disagio crescente: il sistema ETS 2, destinato a colpire anche edifici e trasporti, rischia di tradursi in un ulteriore aggravio per famiglie e piccole imprese.
La domanda è semplice: può l’Europa permettersi di aumentare artificialmente il costo dell’energia mentre chiede alle sue imprese di competere su mercati globali drogati da sussidi pubblici?
Nel bilaterale con Cipro si è parlato di autonomia strategica, Mediterraneo, sicurezza energetica. Temi centrali. Ma l’autonomia non si costruisce con l’energia più cara del mondo industrializzato.
Il sistema ETS nasce con l’obiettivo di incentivare la transizione ecologica attraverso un prezzo della CO₂. In teoria, un meccanismo di mercato. In pratica, negli ultimi anni è diventato uno strumento altamente finanziarizzato, soggetto a dinamiche speculative e volatilità. Il prezzo delle quote è salito in modo significativo, scaricandosi sui costi dell’industria energivora: acciaio, ceramica, carta, chimica.
E mentre Bruxelles difende l’impianto normativo, molte imprese europee valutano la delocalizzazione verso Paesi con costi energetici inferiori e minori vincoli ambientali. Il risultato? Deindustrializzazione europea.
È questa la sostenibilità?
Il documento degli undici Paesi segnala un cambio di clima. Si contesta il dogmatismo regolatorio. La competitività torna al centro del dibattito.
Meloni ha parlato di energia come priorità. Bene. Ma una priorità richiede scelte nette. Significa aprire un confronto serio sull’ETS, chiedere una revisione strutturale del sistema, valutare meccanismi di salvaguardia per l’industria europea. Significa anche interrogarsi sul ritmo e sulla sostenibilità sociale della transizione.
L’Europa ha costruito negli anni un impianto normativo pesante. Il problema è che lo ha fatto in un contesto globale che nel frattempo è cambiato radicalmente: guerra in Ucraina, crisi delle catene del valore, competizione industriale con Washington e Pechino.
Continuare come se nulla fosse rischia di trasformare la transizione verde in una transizione verso la marginalità economica.
Nel colloquio con Cipro è emerso anche il tema del Mediterraneo e dei corridoi energetici. Qui si gioca una partita decisiva. L’Italia può diventare hub energetico tra Africa, Medio Oriente ed Europa. Ma serve pragmatismo: investimenti in infrastrutture, diversificazione delle fonti, accordi strategici.
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