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Gaza, l'accusa di giornalisti al CPJ: "Ci costringe a censura per minimizzare crimini israeliani per non scontentare donatori sionisti"

Whistleblower accusano il Committee to Protect Journalists di minimizzare i crimini di Israele a Gaza per non scontentare donatori filo-israeliani, mentre centinaia di reporter vengono uccisi

09 Gennaio 2026

Gaza, ong Pchr: "221 giornalisti uccisi in modo diretto e deliberato dal 7 ottobre al 31 maggio 2025, 42 mentre lavoravano" - IL REPORT

Fonte: Facebook, @Corrado Formigli

Accuse gravissime sono quelle sollevate dai giornalisti facenti parte del Committee to Protect Journalism (CPJ) sulla situazione a Gaza. Molti hanno infatti puntato il dito contro l'organizzazione: "Mentre noi moriamo nella Striscia svolgendo il nostro lavoro, loro ci censurano per minimizzare i crimini israeliani a Gaza, così da non scontentare i tantissimi donatori sionisti".

Gaza, l'accusa di giornalisti al CPJ: "Ci costringe a censura per minimizzare crimini israeliani per non scontentare donatori sionisti"

Attuali ed ex dipendenti del Committee to Protect Journalists hanno accusato l’organizzazione di aver deliberatamente minimizzato i crimini di guerra di Israele a Gaza per non compromettere i rapporti con donatori filo-israeliani. Le accuse emergono da un’inchiesta di Electronic Intifada, basata su testimonianze interne e documenti riservati.

Secondo i whistleblower, la Ceo di CPJ Jodie Ginsberg eserciterebbe un controllo diretto e personale su tutta la ricerca relativa a Gaza, bloccando o modificando i contenuti più critici. In particolare, un lavoro di ricerca sostenuto da esperti militari avrebbe concluso che l’esercito israeliano uccide consapevolmente i giornalisti, configurando omicidi mirati e dunque crimini di guerra. Lo studio, però, sarebbe stato accantonato dalla dirigenza.

Un dipendente sarebbe stato licenziato dopo aver contestato la decisione di Ginsberg di non classificare le uccisioni di giornalisti come omicidi intenzionali, nonostante le evidenze raccolte. Le fonti hanno parlato di un clima di pressione e autocensura, soprattutto sull’uso del termine “genocidio”.

Sebbene un memo interno indichi che CPJ dovrebbe definire le azioni israeliane come “genocidio, i whistleblower sostengono che ciò sia fuorviante: il documento invita infatti a usare formule attenuate come quello che i gruppi per i diritti umani definiscono genocidio. Un’analisi del sito CPJ mostra che solo in due articoli su 15 relativi a Gaza il termine “genocidio” è usato senza attribuzioni, e la prima volta risale a ottobre 2025, due anni dopo l’inizio della strage.

CPJ respinge le accuse, affermando che allo staff non è mai stato vietato l’uso del termine “genocidio” e citando interventi pubblici della stessa Ginsberg in cui Israele viene accusato di crimini di guerra. Tuttavia, i critici sottolineano il peso dei finanziatori: la cena annuale di raccolta fondi di CPJ ha ricevuto 250mila dollari da cinque testate del gruppo Rupert Murdoch, storico sostenitore di Israele.

Le polemiche si estendono anche alle scelte simboliche: nell’ultima cerimonia CPJ non ha premiato giornalisti palestinesi. Secondo i whistleblower, la precedente vincitrice palestinese sarebbe stata considerata una “scelta sicura”, mentre proposte per onorare il giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif, ucciso a Gaza, sarebbero state ignorate.

Dall’inizio della guerra, quasi 300 giornalisti palestinesi sono stati uccisi. Reporters Without Borders ha indicato Israele come principale responsabile mondiale della morte di giornalisti per tre anni consecutivi, definendo molte uccisioni come omicidi mirati da parte di uno Stato.

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