05 Gennaio 2026
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha risposto pubblicamente alle minacce di invasione americane succedute al raid sul Venezuela e al sequestro del presidente Nicolas Maduro e della moglie. Petro ha invitato il presidente statunitense Donald Trump a "smettere di calunniare" e ha condannato l'operazione Usa su Caracas come una "guerra". Ha poi sottolineato che, se necessario, "porterà le armi e lotterà per la Colombia".
Con un durissimo intervento pubblico, il presidente colombiano Gustavo Petro ha replicato alle minacce di invasione e alle accuse di narcotraffico rivoltegli dal presidente statunitense Donald Trump e da esponenti della sua amministrazione. Parole che Petro definisce “calunnie deliranti”, respinte con una ricostruzione politica e personale che intreccia storia, sovranità e memoria del conflitto colombiano.
“Smetta di calunniarmi, signor Trump”, ha affermato Petro, rivendicando la propria legittimità democratica e il percorso che lo ha portato alla presidenza: prima la lotta armata, poi la scelta della pace e la costruzione di un nuovo ordine costituzionale. “Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano”, ha sottolineato, ricordando che la Costituzione colombiana del 1991 – nata dopo la deposizione delle armi da parte del suo movimento – lo designa comandante supremo delle forze armate.
Alle accuse di essere un narcotrafficante e di possedere laboratori di cocaina, Petro ha risposto con dati e scelte politiche: “Non possiedo un’auto, né proprietà all’estero. Pago ancora il mutuo con il mio stipendio”. Ha rivendicato inoltre risultati concreti nella lotta al narcotraffico, sostenendo di aver ordinato “il più grande sequestro di cocaina nella storia del mondo” e di aver avviato un vasto programma di sostituzione volontaria delle colture illegali, che ha interessato 30mila ettari.
Il presidente colombiano ha avvertito però che eventuali azioni militari o interferenze esterne avrebbero conseguenze esplosive: “Se bombardano i contadini, migliaia di guerriglieri si solleveranno sulle montagne. Se arrestassero il presidente che il mio popolo ama e rispetta, scatenerebbero la rabbia popolare”. Pur ribadendo di aver giurato di non imbracciare più le armi dopo l’accordo di pace del 1989, Petro ha affermato che sarebbe pronto a farlo “per il bene del Paese”, se costretto.
Nel passaggio più politico e simbolico, Petro ha chiamato alla mobilitazione i popoli di Venezuela, Colombia e America Latina, contrapponendo l’idea di sovranità regionale alla logica degli interventi statunitensi. E conclude con una stoccata durissima a Washington: invece di catturare presidenti latinoamericani, dice, gli Stati Uniti dovrebbero arrestare “Netanyahu, il leader genocida”.
Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.
Articoli Recenti
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Luca Greco - Reg. Trib. di Milano n°40 del 14/05/2020 - © 2025 - Il Giornale d'Italia