07 Gennaio 2026
Groenlandia e Trump
Il giorno in cui caddero gli eufemismi
C’è un momento preciso in cui le grandi potenze smettono di simulare il diritto e tornano a parlare il linguaggio nudo del potere. Quel momento, per l’Europa, è arrivato quando Washington ha mostrato di poter agire senza intermediari, rivendicando apertamente la legittimità dell’azione solo dopo averla compiuta. Non è una novità storica, ma è una novità percettiva: l’ordine liberale si è rivelato per ciò che è sempre stato, uno strumento gerarchico.
Groenlandia: la geografia che non ammette ipocrisie
Le parole sulla Groenlandia, pronunciate con calma e apparente responsabilità, hanno avuto un effetto devastante perché credibili. Non minacce, ma constatazioni strategiche. La Groenlandia non è un simbolo, è spazio, rotte, difesa. In questo quadro, le proteste europee non sono state deboli per mancanza di valori, ma per assenza di potere. La sovranità, quando non è sostenuta dalla forza, resta una nota a piè di pagina.
Il doppio standard europeo
Per anni l’Europa ha trovato una chiarezza morale cristallina quando si trattava di giudicare la Russia. Nessun contesto storico, nessuna profondità strategica, nessuna memoria dell’espansione NATO. Solo condanne preventive. Al contrario, di fronte a operazioni americane ben più esplicite, il linguaggio è diventato improvvisamente prudente, “sfumato”, legale. Non è relativismo: è subordinazione strutturale.
La farsa danese e il colonialismo dimenticato
C’è qualcosa di tragicomico nel vedere la Danimarca invocare il diritto internazionale sulla Groenlandia, un territorio la cui appartenenza nasce da una storia coloniale. Quando il potere reale bussa alla porta, i vecchi amministratori scoprono di non avere più le chiavi. La NATO, del resto, non è mai stata un’alleanza tra pari, ma un meccanismo di protezione asimmetrico.
Quando l’Europa sapeva dire no
Nel 2003, Francia e Germania dimostrarono che anche una indipendenza limitata ha valore. Dire no all’Iraq ebbe un costo, ma preservò una dignità strategica. Quell’Europa è scomparsa, sostituita da classi dirigenti che confondono l’obbedienza con l’influenza e la retorica con la sovranità. Oggi non si rifiutano le guerre: si negoziano i comunicati.
Il panico della prossimità
Libia, Siria, Ucraina: finché il caos restava lontano, l’Europa applaudiva. Quando la logica del cambio di regime si è avvicinata ai confini continentali, il tono è cambiato. Non per un risveglio morale, ma per paura geografica. La Russia viene accusata di aggressione, Washington parla di necessità. Questa asimmetria ha demolito ogni credibilità europea dal 2014 in poi.
NATO e dollaro: le basi materiali del potere
La NATO è stata presentata come difesa condivisa, ma ha funzionato come un abbonamento alla sicurezza. In parallelo, l’Europa ha rinunciato a autonomia energetica, industriale e strategica. Tutto ciò poggia su due pilastri americani: dollaro e supremazia militare. Bretton Woods e Hiroshima hanno trasformato gli USA in superpotenza globale, finanziaria e nucleare.
La sfida al monopolio americano
Oggi entrambi quei pilastri sono sotto pressione. Il dollaro è sfidato da alternative monetarie, l’euro incluso. La parità nucleare non è più un tabù: la Russia ha aggiornato dottrina e sistemi, la Cina avanza rapidamente. È logico che Washington reagisca rafforzando ciò che la rende egemone. Trump non ha inventato il sistema: ne ha solo reso esplicito il prezzo.
La lezione russa
Dal punto di vista russo, questa fase non è un’anomalia ma un ritorno alla politica di potenza. Mosca non moralizza: analizza. Sa che i principi seguono sempre la forza, non il contrario. L’Europa, invece, ha barattato sovranità per protezione e ora scopre che il conto è arrivato.
Il tempo delle illusioni è finito
L’Europa non ha perso la sovranità oggi. L’aveva già spesa. Il progetto ucraino ne è il simbolo più amaro. In un mondo che torna multipolare, chi non ha autonomia strategica non detta regole, le subisce. La Russia questo lo ha capito da tempo. L’Europa, forse, troppo tardi.
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