04 Gennaio 2026
Maduro catturato, fonte: Telegram, @polivox
Dal via libera alle “azioni sotto copertura” della Cia fino all’irruzione finale della Delta Force con i Navy Seals, così è stato catturato Maduro. Un’operazione pianificata per mesi, passata attraverso spionaggio, contatti politici e preparativi militari. Il blitz scatta nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, con un massiccio impiego di mezzi aerei e reparti speciali. Nel complesso super sorvegliato di Fuerte Tiuna, a Caracas, gli incursori entrano nella camera da letto di Maduro. In 46 secondi il leader venezuelano viene bloccato, arrestato e rapito.
L’operazione “Maduro out” è cominciata la scorsa estate, quando Donald Trump autorizzò la Cia a condurre “azioni sotto copertura” in Venezuela. Nel concreto: spiare i movimenti del leader, studiare le sue basi di appoggio e la sua rete di protezione. Gli agenti della Cia si muovono sotto traccia, coniugando i vecchi metodi di infiltrazione con le tecnologie più avanzate, come i droni.
È plausibile, anche se ieri Donald Trump non ne ha fatto cenno nella lunga conferenza stampa da Mar-a-Lago, che nello stesso tempo i servizi segreti Usa abbiano cercato una qualche sponda all’interno dell’apparato militare locale. Per quanto il blitz americano sia stato efficiente, è inevitabile immaginare che qualcuno abbia facilitato le cose, in un Paese da anni soffocato da controlli al limite della paranoia.
Negli ultimi mesi, su una corsia parallela, il segretario di Stato Marco Rubio negoziava sotto banco con Maduro e sondava le figure più in vista del regime. Lo stesso Rubio, ieri, ha confermato di aver offerto “più volte” una “via d’uscita” all’autocrate di Caracas. Washington si è mossa su due livelli: da una parte con una trama di spionaggio tessuta dalla Cia e dall’Fbi; dall’altra con un approccio politico.
Fallita la trattativa, il team politico – formato da Rubio, dal segretario alla Guerra Pete Hegseth e dal consigliere per la Sicurezza interna Stephen Miller – ha pianificato l’incursione, naturalmente insieme con i generali coordinati dal capo di stato maggiore delle forze armate, Dan Caine. Trump aveva approvato il piano quattro giorni prima, subito dopo Natale, ma le cattive condizioni del tempo avevano consigliato di aspettare il momento propizio.
L’ora X scatta quando a Washington sono le 22.46 di venerdì 2 gennaio (in Italia, le 4.46 di sabato 3 gennaio). La mobilitazione coinvolge reparti dei marines, dell’aviazione e soprattutto gli squadroni speciali antiterrorismo Delta Force. Decollano oltre 150 jet da 20 basi, dislocate sulla terraferma – non solo negli Stati Uniti – o sulle portaerei. Lo schieramento è impressionante, una sorta di campionario della potenza Usa: dagli F-35 ai bombardieri B-1, oltre ai droni e agli elicotteri. Per Trump è “la più imponente azione dai tempi della Seconda guerra mondiale”.
Le informazioni satellitari e le unità di intelligence nascoste a Caracas guidano l’avvicinamento della formazione aerea. È notte fonda quando i jet bombardano almeno quattro obiettivi nella capitale e dintorni: il porto La Guaira, l’aeroporto Higuerote e le postazioni de La Carlota e, infine, il vero obiettivo, il complesso militare super vigilato di Fuerte Tiuna, dove Maduro dorme con la moglie Cilia Flores.
Per gli americani è fondamentale mantenere il fattore sorpresa: un solo errore e si rischia il fallimento. Il generale Caine ha spiegato che erano stati studiati tutti i dettagli per “minimizzare” i danni ai civili. Al momento non è ancora chiaro se ci siano state vittime. Trump lo ha escluso per quanto riguarda gli americani: “Non abbiamo perso un solo soldato o un solo mezzo”.
I droni e i bombardieri mettono fuori uso le batterie della contraerea, “aprendo la strada”, ha detto Caine, agli elicotteri Apache con a bordo le unità dei Delta Force. Alle 2.01, ora di Caracas (l’una a Washington e le 7 in Italia), gli incursori entrano nel perimetro del compound di Fuerte Tiuna. Fanno saltare la corrente, superano le barriere di protezione e penetrano all’interno. Trump, davanti alle telecamere, ha commentato che gli scontri sono stati violenti. Ma, di nuovo, per ora non sappiamo se i soldati venezuelani di guardia siano stati uccisi.
La coppia presidenziale riposa al piano terra. In 46 secondi, stando alla versione di Trump, i “Delta” irrompono nella camera da letto. Maduro ha solo il tempo di alzarsi e tentare di rifugiarsi in un ambiente attiguo, una specie di bunker con la porta d’acciaio. Ma fa pochi passi, si volta verso la moglie immobile nel letto. Viene bloccato. È già in manette.
Sono gli agenti dell’Fbi a notificargli il mandato di arresto spiccato dai magistrati di New York, perché – ha osservato Rubio – questo non è “un atto di guerra”, ma “l’esecuzione di un ordine ricevuto dai giudici americani”. La missione è quasi conclusa, ma manca il passaggio forse più delicato: portare fuori velocemente i due prigionieri, caricarli sugli elicotteri e uscire dallo spazio aereo del Venezuela.
Al largo della costa è in attesa una squadra della marina militare Usa, guidata dalla portaerei Iwo Jima. Alle 4.29 locali (le 3.29 a Washington e le 9.29 in Italia) gli Apache si posano sul ponte della grande nave. I jet di scorta rientrano nelle basi, la flotta si dirige verso le coste degli Stati Uniti. Trump posta la foto di “Maduro in catene”, moderno Vercingetorige, ma in tuta grigia e con il volto seminascosto da enormi occhiali da sole.
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