18 Febbraio 2026
Gazprom, fonte: imagoeconomica
È davvero possibile espellere “ogni molecola russa” dal sistema energetico europeo in un mercato globale interconnesso?
Con l’adozione delle nuove norme europee che richiedono ai fornitori di dimostrare l’origine non russa del gas prima dell’ingresso nel mercato dell’Unione Europea, Bruxelles ha trasformato un obiettivo politico in un principio regolatorio. L’ambizione è chiara: interrompere definitivamente ogni legame energetico con Mosca.
Ma tra dichiarazioni politiche e realtà infrastrutturale esiste una tensione strutturale. L’energia segue bensì reti fisiche, contratti di lungo periodo, capacità produttive e interconnessioni regionali. In un sistema globale dove il gas è fungibile e i flussi si compensano, la promessa di “purezza molecolare” solleva una domanda più ampia: si tratta di autonomia strategica o di una nuova fase di adattamento emergenziale?
Tra i casi più citati nel dibattito europeo vi è quello dell’Azerbaigian, divenuto negli ultimi anni un fornitore chiave grazie al Corridoio Meridionale del Gas. Questo sistema infrastrutturale, che collega il giacimento di Shah Deniz nel Mar Caspio ai mercati europei attraverso il Caucaso, la Turchia e i Balcani, è stato progettato proprio per trasportare risorse caspiche verso l’Europa, senza interconnessioni fisiche con le rotte di esportazione russe. Non esistono valvole condivise né snodi nascosti tra queste reti.
Eppure, le accuse di un possibile “re-export” di gas russo sotto etichetta azera sono riemerse ciclicamente. Il punto, tuttavia, non riguarda il mixing molecolare, bensì la struttura dei flussi regionali. In un sistema energetico interconnesso, dove i Paesi possono importare per coprire il fabbisogno interno e destinare la propria produzione all’export, la questione diventa sistemica. È qui che il dibattito si complica: nella dinamica delle compensazioni e delle interdipendenze.
Per comprendere la radicalità dell’attuale svolta normativa, occorre ricordare da dove si partiva. Nel 2021 circa il 40% del gas importato dall’Unione Europea proveniva dalla Russia. Per molti Stati membri, quel flusso non era un’opzione tra le altre, ma l’asse portante del proprio sistema energetico: infrastrutture dedicate, contratti pluriennali, modelli industriali costruiti su forniture relativamente stabili e a basso costo.
Anche dopo l’inizio della guerra in Ucraina, i pagamenti europei per gas e petrolio russi sono proseguiti per mesi, in alcuni casi per anni, mentre si cercavano alternative tecnicamente e logisticamente praticabili. Solo con il progressivo ridimensionamento delle forniture via gasdotto e l’accelerazione sugli acquisti di GNL il quadro è cambiato in modo strutturale. Il crollo della quota russa è divenuto il risultato di una reazione a uno shock geopolitico senza precedenti.
L’Europa, in altre parole, non ha scelto in condizioni ideali. Ha dovuto adattarsi rapidamente, riconfigurando il proprio equilibrio energetico sotto pressione.
La riduzione delle forniture russe è stata compensata in larga misura dall’aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto, in particolare dagli Stati Uniti. Nel giro di due anni Washington è diventata il principale fornitore di GNL per l’Europa, coprendo una quota superiore alla metà delle importazioni europee di LNG. È stata una trasformazione rapida, resa possibile dalla flessibilità del mercato globale e dalla capacità americana di espandere l’export.
Questo riequilibrio ha garantito sicurezza dell’approvvigionamento nel breve periodo, ma ha introdotto una nuova variabile: la volatilità. Il GNL è scambiato su un mercato globale altamente competitivo, esposto alla domanda asiatica, alle tensioni geopolitiche e alle dinamiche interne statunitensi. I picchi di prezzo registrati nel 2022 hanno mostrato quanto il sistema europeo fosse vulnerabile agli shock di mercato, anche in assenza di interruzioni fisiche delle forniture.
È qui che emerge il nodo centrale. Non si passa da una dipendenza a un’indipendenza piena. Si passa da un’interdipendenza concentrata, basata su infrastrutture rigide e su un fornitore dominante, a un’interdipendenza più distribuita, commerciale e teoricamente flessibile, ma non priva di rischi.
Il dibattito sull’“espulsione” del gas russo rivela un equivoco più profondo: l’idea che l’indipendenza energetica totale sia un obiettivo realistico. In un’economia globalizzata, interconnessa da reti fisiche, finanziarie e commerciali, l’autosufficienza completa è un mito più politico che tecnico. Nessuna grande economia industriale può isolarsi completamente dalle dinamiche dei mercati energetici globali senza pagarne un costo economico e strategico enorme.
Il vero rischio è l’asimmetria dell’interdipendenza. Quando un singolo fornitore detiene un potere sproporzionato su infrastrutture critiche o su quote decisive di mercato, la relazione diventa vulnerabilità.
Una strategia matura di interdipendenza significa diversificare fornitori, rotte, strumenti contrattuali; aumentare la capacità interna di produzione e stoccaggio; costruire un sistema in cui nessun attore, da solo, possa condizionare in modo determinante la stabilità economica europea. L’autonomia strategica non coincide con l’isolamento: coincide con la capacità di negoziare da una posizione di equilibrio.
Un ulteriore elemento merita attenzione: la gestione politica interna alla stessa Unione. Nelle fasi iniziali della crisi, diversi Stati membri avevano già avviato percorsi di diversificazione, dalla costruzione di terminali di GNL alla ricerca di nuovi accordi bilaterali con fornitori alternativi. In più occasioni, queste iniziative sono state criticate come deviazioni dalla linea comune, in nome della solidarietà e dell’unità europea. Eppure, quando lo shock si è materializzato pienamente, molte di quelle scelte “autonome” si sono rivelate preziose per la stabilità complessiva del sistema.
La centralizzazione accelerata delle decisioni energetiche a livello europeo è fondamentale per mostrare un limite ricorrente dell’architettura comunitaria: la tendenza a trasformare il coordinamento in uniformità e la prudenza in rigidità normativa. L’energia resta, per trattati, una competenza condivisa con un forte ancoraggio nazionale. Ignorare la dimensione statale in nome di una coerenza politica immediata ha compromesso ancor di più la stabilità e la fiducia nei confronti dell’UE.
Una Unione matura non dovrebbe temere l’iniziativa dei propri membri, ma integrarla in un quadro comune. L’autonomia strategica europea non può nascere da una centralizzazione forzata; deve piuttosto emergere da un equilibrio dinamico tra coordinamento sovranazionale e flessibilità nazionale.
Se l’Europa intende costruire un futuro energetico davvero post-russo, la strada è per scelte strutturali. Servono meccanismi di tracciabilità e trasparenza lungo l’intera supply chain, capaci di garantire affidabilità senza trasformarsi in strumenti retorici. Serve una diversificazione reale, che non si limiti a sostituire un fornitore con un altro, ma che ampli la gamma di partner, rotte e strumenti contrattuali. Serve, soprattutto, un rafforzamento della produzione e delle infrastrutture europee, dallo stoccaggio alle rinnovabili, fino alle tecnologie di transizione, per ridurre l’esposizione agli shock esterni.
Infine, occorre pianificazione preventiva. Le crisi non possono essere l’unico motore della trasformazione energetica. Una strategia credibile si costruisce prima dello shock, non dopo.
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